Generazione di Fenomeni

Generazione di fenomeni, siete voi
Generazione di fenomeni, tutti eroi
Generazione di fenomeni, ma come noi
Stadio, 1991
 

Generazioni
Quello della scansione generazionale è un device storiografico collaudato, che presenta molte utilità ma anche qualche non trascurabile svantaggio. Illustro due esempi della sua applicazione, senza andare troppo indietro nel tempo.
Negli anni Ottanta, Peter Smithson parlò di Three Generations, e lo fece evidenziando un sistema duale di terne generazionali: la prima, utile per illustrare la fondazione e lo sviluppo dell’architettura dell’Umanesimo e del Rinascimento; la seconda, utile per illustrare la fondazione e lo sviluppo dell’architettura Moderna. Nel primo caso, evidenziava i nomi di Filippo Brunelleschi (1377-1446), Leon Battista Alberti (1404-1472) e Francesco Di Giorgio (1439-1501); nel secondo, operata una traslazione quasi esatta di cinque secoli, evidenziava i nomi di Le Corbusier (1887-1965), Jean Prouvé (1901-1984) e Shadrach Woods (1923-1973). La scelta degli ultimi tre nomi non era casuale perché essi, come Smithson non mancò di raccontare, si ritrovarono a lavorare insieme sul cantiere dell’Unité di Marsiglia. Tuttavia, nel 1973, Woods era morto prematuramente; di conseguenza, Peter candidò sé medesimo, insieme alla moglie Alison, al ruolo di tedoforo dell’architettura Moderna 1; del resto, insieme, avevano già affermato: «this Heroic Period of Modern Architecture [in buona sostanza, quanto prodotto dagli architetti negli anni Venti del Novecento] is the rock on which we stand» (Smithson A & P., 1981, p. 5).
Nel 2005, Franco Purini organizzò una giornata di studi, presso la Facoltà di Architettura di Valle Giulia a Roma 2, per discutere delle generazioni operanti nell’architettura italiana, per «cercare di comprendere le dialettiche generazionali che animano il dibattito disciplinare» (Purini, 2008, p. 33). Considerata a parte, per evidenti ragioni cronologiche, la generazione dei fondatori del Moderno italiano (Terragni, Libera, Moretti ecc.), Purini rintracciava il sovrapporsi e l’intersecarsi di cinque generazioni, da quella più anziana dei vari Gregotti, Portoghesi, Rossi ecc., a quella più giovane dei vari Vaccarini, Labics, Baglivo ecc. Definito il concetto di progetto culturale, e riconosciuto che quella di generazione è «una nozione ambigua, oltreché imprecisa, se è vero che è difficile dire quanti anni separino una generazione dall’altra» (Purini, 2008, p. 33), Purini ritiene che «solo ricostruendo una vera e operante continuità tra i cinque progetti culturali l’architettura italiana o, se si preferisce, l’architettura che si costruisce in Italia, potrà infatti ritrovare, ancora intatta, la sua capacità creativa» (Purini, 2008, p. 41). È interessante notare che Rem Koolhaas (1985, p. 7) aveva detto sostanzialmente la medesima cosa, quando affermava: «j’ai l’horreur de cette fatalité qui conduit chaque génération à contredire la précédente».
Come detto in apertura, questo device storiografico e critico, presenta pregi e difetti; certamente rende necessario distinguere quel che accomuna una certa generazione, diciamo i tratti collettivi di una specifica generazione, da quel che individua, all’interno di essa, i singoli autori: l’originalità espressiva di un singolo architetto, se pure la possiede: quel che chiamiamo il suo tratto individuale.
Veniamo dunque a Giovanni Vaccarini (d’ora in poi, GV). Egli appartiene alla generazione di coloro i quali sono nati alla metà degli anni Sessanta del Novecento: la mia medesima generazione 3. E quali sono i tratti collettivi della sua e mia generazione?

Tratti collettivi
O per meglio dire: quali sono i compiti della nostra generazione? Secondo Luca Molinari (anch’egli appartenente alla generazione di GV), «la modernità non è il poderoso motore che costruirà il nostro futuro. Il destino della mia generazione è quello di ripulire il terreno lasciato inquinato e devastato dal Novecento e da chi ci ha preceduto» (Molinari, 2019, p. 17). Molinari mette in rapporto la generazione con il destino e, pensando ad Argan, questa scelta può sembrare poco progettata, dunque scarsamente motivata. Ma non è così, e credo che Luca abbia ragione: ci ritornerò.
Prima, vorrei dire qualcosa sulla collocazione storica della generazione di Giovanni, di Luca e mia. Nel fatidico ’68, eravamo piccolissimi; dello sbarco sulla Luna del 21 luglio 1969, abbiamo soprattutto memorie indotte; siamo cresciuti negli anni ’70, ma senza respirarne le tensioni ideologiche: anche se ricordiamo bene L’affaire Moro. Ricordiamo meglio, e con piacere, la vittoria ai mondiali di Spagna nel 1982, che segnò la fine degli Anni di Piombo. Abbiamo studiato architettura negli anni del trionfo del postmoderno, inteso in senso stilistico; pertanto, Le Corbusier e Mies van der Rohe erano sì citati e illustrati: ma con mille cautele. Gli eroi erano altri: i fratelli Krier, Aldo Rossi, Robert Venturi, Mario Botta; con un po’ di Stirling e un po’ di Ungers spruzzati qua e là. Nel 1989 è crollato il Muro di Berlino, nel 1991 si è dissolta l’Unione Sovietica: ed è cominciata, anche se in sordina, la globalizzazione. Poco dopo, gli sconvolgimenti di Tangentopoli, le bombe di mafia e la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi. La riforma Merloni del codice degli appalti, che ha sancito la fine dei rapporti fiduciari tra pubblica amministrazione e architetti. Nel 1996, l’invenzione dell’insopportabile termine Archistar. In Europa, lo smantellamento sistematico del welfare state (già avviato da Margaret Thatcher); in Italia, l’abolizione del contributo GesCaL e la fine sostanziale dell’ERP. Poi l’11 settembre; tra il 2006 e il 2009, la crisi subprime e tutto quel che ne è conseguito. L’estendersi progressivo del web, ecc. ecc. Questa è la temperie nella quale si è formata e si è mossa la mia generazione: una temperie non propriamente favorevole al fare architettura.
Per tutto quanto detto in precedenza, ritengo che la nostra generazione abbia un compito prioritario: quello della ricostruzione delle condizioni per poter fare 4 (il che non è esattamente quanto detto da Molinari, ma gli si approssima abbastanza). A ben vedere, però, questo ricostruire le condizioni per poter fare dovrebbe essere un compito intergenerazionale, perché riguarda tutti gli architetti, a qualunque generazione appartengano. Cosa significa, in concreto, lavorare per ricostruire le condizioni per poter fare? In Italia, significa almeno cinque cose.  
Primo: contestare il quadro normativo, ipertrofico e vessatorio; abolire e semplificare sono le due parole d’ordine fondamentali. Ha detto Giancarlo De Carlo: «L’assurdità delle norme […] è diventata enorme. […] In realtà tutti sono ossessionati dall’ansia di scaricarsi di responsabilità. [E poco oltre aggiunge:] purtroppo le leggi, le norme i regolamenti hanno ristretto in modo drastico il tempo che ci vuole a pensare e mettere a punto un progetto e hanno reso quasi impossibile che si facciano cambiamenti nel corso dell’esecuzione» (Bunčuga, 2000, pp. 173, 197).
Secondo: recuperare credito sociale. Gli architetti contano poco e non risultano autorevoli. Non sono certo come gli avvocati, i medici o gli ingegneri, le affermazioni dei quali non vengono mai messe in dubbio. Il parere degli esperti, nella nostra fattispecie, non vale nulla ed è surrogato dalla risibile mezza competenza, generata, alimentata e diffusa, in larga parte, dalla rete. Affinché ciò possa accadere, occorre…
Terzo: ridurre la distanza tra il sapere specialistico e il senso comune. Il che significa, soprattutto, un allontanamento non banalizzante dall’esoterismo del quale gli architetti, troppo spesso, si compiacciono, per ritrovare, viceversa, un terreno comune: un common-ground sul quale intendersi. Ed occorre ancora…
Quarto: praticare un linguaggio comprensibile. Conseguenza del punto precedente, comporta l’adozione, da parte degli architetti, di modalità della comunicazione accessibili a (quasi) tutti. 
Quinto: rivendicare l’artigianalità del progetto di architettura. Possiamo ripetere la famosa battuta di Peter Eisenman sulla differenza tra la coca-cola e un buon bicchiere di vino. Come un buon bicchiere di vino, l’architettura è sempre diversa, in ragione di un ampio numero di circostanze. Ma la maggioranza vuole l’architettura coca-cola, perché non tollera l’inaspettato. Anzi: lo teme.
Mettere in pratica quanto illustrato (ed altri punti si potrebbero facilmente aggiungere) darebbe un contributo importante alla ricostruzione delle condizioni per poter fare: impegni soprattutto di politica dell’architettura, certo; ma non solo. L’importante è contribuire a rimuovere molte delle macerie che ci circondano, come ha detto Luca Molinari. Macerie che ci paralizzano.

Tratti individuali
Ha scritto Pasolini: «una generazione è molto facile lapidarla […] ma contro un singolo è impossibile tirare la prima pietra» (Pasolini, 1992/2015, p. 131). Qui nessuno intende lapidare alcuna generazione: molte generazioni, piuttosto, risultano dilapidate; né, tantomeno, si intende scagliare pietre. Invece, nel considerare i tratti individuali e specifici di GV e della sua architettura, troveremo in parte una declinazione soggettiva dei compiti generazionali, in parte caratteri propri e originali: questi ultimi, dovuti alla sua indole, alla sua vicenda, alla sua collocazione geografica, e alla sorte che, come noto, tutto governa.
Credo di poter affermare che il principale contributo di GV ai compiti generazionali, la sua partecipazione ai tratti collettivi, stia tutto in quel che definisco realismo trasfigurativo: ovvero un serrato negoziato, per nulla arrendevole né compiacente, con la realtà. Negoziato che esprime una postura operativa ben precisa e che considero un grande merito, perché la capacità di manipolazione della conoscenza 5, acquisita a valle del negoziato con la realtà, consente di produrre progetti effettuali. Detto altrimenti: la capacità di alimentare il proprio immaginario con quanto contesti operativi, paesaggi e città presentano e offrono alla conoscenza, reagisce con altre conoscenze, specificamente architettoniche, raffinate e anch’esse parte dell’immaginario. E la reazione conduce i materiali tratti dalla realtà, come dice Rodari (1973/2020, p. 178), a vere e proprie trasfigurazioni. Nella trasfigurazione, ciò che è rozzo o maldestro o dozzinale si trasforma in qualcosa di qualificato e consapevole: in qualcosa di efficiente e bello. Come ha scritto Alessandra Sarchi, per comprendere davvero il senso pittorico del realismo bisogna considerare la lezione di Roberto Longhi: «non imitare l’esistente, ma rivelare ciò che viceversa viene di volta in volta occultato dalle convenzioni dominanti» (Sarchi, 2019, p.18). Secondo Longhi, in certi momenti e luoghi della storia dell’arte italiana, si è «prodotto un incontro riuscito tra l’istanza realistica e quella trasfigurativa propria a ogni forma espressiva» (Sarchi, 2019, p. 18): e questo è il modo di fare di GV.
Sono d’accordo con Valerio Paolo Mosco (2017, p. 22) quando afferma: «non sembrerebbe al primo sguardo, ma Giovanni Vaccarini è un architetto contestuale». Sono d’accordo perché l’architettura di GV non sarebbe concepibile in una diversa collocazione geografica; o, forse, sarebbe diversa. Come ha affermato lui stesso (in occasione di un dibattito pubblico sul suo lavoro a Pescara, il 19 febbraio 2025): «io sono adriatico». Vero, verissimo; e Manuel Orazi lo ha efficacemente dimostrato, scrivendo un intero libro (Orazi, 2024). Ma il suo spontaneo o istintivo o inevitabile radicamento adriatico, non fa di GV un progettista di provincia o provinciale. Come non lo furono, prima di lui e poco più a nord, né Alfredo Lambertucci né Danilo Guerri, entrambi aggiornatissimi conoscitori, come GV, del panorama architettonico internazionale. Al quale, già da studente (sotto la guida di Aldo Aymonino), poi da dottorando e infine da solo, GV guardava e guarda con attenta curiosità. Le fonti del suo lavoro, infatti, sono in parte italiane e in parte straniere: Moretti, Ugo Luccichenti, Terragni, Ponti, certo; ma anche Coderch, Koolhaas, e, per certi versi, Miralles. Inoltre, GV conosce bene l’arte del Novecento: non si spiegherebbero altrimenti il camouflage razzle-dazzle del Powerbarn a Russi o i suoi tanti progetti ispirati dalla landart. D’altronde, sui graffiti terrestri GV ha insistito a più riprese, pensando a Michael Heizer (Rift, Double Negative), a Robert Smithson (Spiral Jetty, Amarillo Ramp) o ad altri, ma anche pensando ad alcune traduzioni architettoniche di quei modi di fare, mettendo in opera il suolo. Manuel Orazi, infatti, rileva la presenza, nel magazzino della memoria di GV, del progetto di Brown e Storey per Garrison Creek a Toronto, del 1994: epoca del primo soggiorno canadese di GV, a Waterloo (dove ci siamo conosciuti).
Moltissime sono le cose che andrebbero dette: sulla dimensione (ad oggi) dei lavori di GV, prevalentemente collocabili nelle taglie S e M, con qualche incursione nella L; sulla pluralità dei suoi registri espressivi: i volumi, ad esempio, possono essere molto semplici (Racotek, 1999-2000; Ragusa 2022), ma anche molto articolati o addirittura esplosi (La Casa del Futuro, ANCE, 2004); sulla padronanza delle tecniche costruttive, come si vede in tutte le fabbriche; tecniche, peraltro, mai esibite. Preferisco, però, soffermarmi, in conclusione, sulle palazzine e sulla stratificazione.
Sulla palazzina: tanto dileggiata nell’ambiente romano (“quello è un palazzinaro”, si diceva un tempo; oggi diciamo: magari esserlo!), venne reintrodotta con fatica nel dominio dell’architettura a inizio anni Novanta. E sicuramente Aldo Aymonino ha avuto, in tale riabilitazione, un ruolo non secondario. GV fa propria la lezione e, non a caso, progetta e costruisce a Pescara una palazzina molto ben riuscita: Riviera 107 (2018-2021) che, come dice Manuel Orazi (2024, p. 66), «è una sezione aperta sul mare». Notava Aldo Aymonino, nel già ricordato dibattito pubblico di pochi mesi fa, che, se GV a Pescara vanta già degli imitatori (e questo lo affermo pure io, e comunque lo auspico), lo si deve al fatto che «Giovanni ha lavorato bene e ha lavorato giusto». Sottoscrivo.
Sulla stratificazione: essa mi sembra una delle tecniche (figure?) compositive predilette da GV. Dalle stratificazioni orizzontali di suoli e/o solai (il suolo per lo stadio del Pescara Calcio, 2017; i solai dell’Istituto Comprensivo Giovanni XXIII ad Avezzano, 2021; le Villae, progetto più o meno teorico per Pescara, 2019); alle stratificazioni verticali, con l’adozione frequente di facciate ventilate (Racotek), di facciate a spessore (G+V a Giulianova, 2004/05), di spellature (ex “Arena Braga” ancora a Giulianova, 2000-03).
Senza confondersi nei tratti condivisi dalla sua generazione (GV non si può confondere né con i Labics, né con Peluffo, né con Pujatti), GV ha il non piccolo merito di aver contribuito a ridare lustro alla professione di architetto, alla pratica costruttiva, alla definizione di un linguaggio plurale, privo di preclusioni ideologiche ma saldo nel proprio orientamento.

 

PS: Giovanni Vaccarini e Luca Molinari sono nati nel 1966; Federico Bilò nel 1965; Manuel Orazi nel 1974. Luigi Moretti è del 1907, Franco Purini del 1941 e Aldo Aymonino del 1953.

 

Note
1 Peter Smithson ne ha parlato varie volte; ad esempio, ha scritto: «within living memory we also had an authentic beginning. The style of 1920s: of the Esprit Nouveau. And from that beginning my generation think of ourselves as being a third generation; like Francesco di Giorgio. Another third generation». Smithson P. (1981). Three generations. In AA. VV., ILA&UD annual report 1980. Urbino. Ora anche in OASE, 51 (A Smithson celebration, giugno 1999), pp. 82-93. Si veda anche Spellman C., Unglaub K. (a cura di). (2005). Peter Smithson: Conversations with students. New York: Princeton Architectural Press.
2 La giornata ha avuto luogo il 6 dicembre 2005. Si veda Purini F., Nencini D. (a cura di) (2007). Generazioni e progetti culturali. Roma: Gangemi.
3 Per guardare oltralpe, si tratta della medesima generazione di Smiljan Radic (1965), di Angelo Bucci (1963), di Jacob van Rijs, MVRDV, (1965), di Toni Gironés (1965).
4 Ha affermato Francesco Venezia (2011, p. 30): «Non esiste più in Italia, e non solo in Italia, la condizione per la buona architettura».
5 Paulo Mendes da Rocha (2021, p. 15) ha efficacemente parlato di «una particolare procedura di mobilitazione della conoscenza, quella architettonica». 
6 Scriveva Gianni Rodari (1973/2020, p. 178): «l’immaginazione costruisce solo con materiali presi dalla realtà». Si legga per intero il capitolo 44.

Bibliografia
Bunčuga F. (2000). Conversazioni con Giancarlo De Carlo. Architettura e libertà. Milano: Elèuthera.
Koolhaas R. (1985). Le deuxième chance de l’architecture moderne… Entretien avec Rem Koolhaas (Interview by P. Goulét). L’Architecture d’Aujourd’hui, n. 238, pp. 2-9.
Mendes da Rocha P. (2021). La città per tutti. Milano: Nottetempo.
Molinari L. (2019). Dismisura italiana. In L. Molinari, Dismisura. La teoria e il progetto nell’architettura italiana. Milano: Skira, pp. 13-34.
Mosco V. P. (2017). Edificio polifunzionale a Giulianova, Teramo. L’industria delle costruzioni, n. 454, pp. 22-27.
Orazi M. (2024). Giovanni Vaccarini (Collana Imprinting, n. 4). Siracusa: LetteraVentidue.
Pasolini P. P. (2015). Il caos (Ed. orig. 1992). Milano: Garzanti.
Purini F. (2008). La misura italiana dell’architettura. Roma-Bari: Laterza.
Purini F., Nencini D. (a cura di) (2007). Generazioni e progetti culturali. Roma: Gangemi.
Sarchi A. (2019). La felicità delle immagini il peso delle parole. Firenze: Milano.
Smithson P. (1981). Three generations. In AA. VV., ILA&UD annual report 1980. Urbino. Ora anche in OASE, 51 (A Smithson celebration, giugno 1999), pp. 82-93.
Smithson A., Smithson P. (1965). The heroic period of modern architecture. Milano: Rizzoli International/Idea Editions.
Spellman C., & Unglaub K. (a cura di). (2005). Peter Smithson: Conversations with students. New York: Princeton Architectural Press.
Venezia F. (2011). Conversazione con Margherita Guccione. In F. Venezia, Doppio per riflesso (a cura di A. d’Onofrio & L. Felci). Brescia: MAXXI/Artigianelli, Nature 01/04, pp. 30-50.

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