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Giovanni Vaccarini. L'Adriatico, oltre la palazzina

Giovanni è un caro amico da sempre, dai tempi dell'università. Ci siamo formati nelle stesse brutte e popolose aule, con le stesse lezioni oppositive e con le stesse dissonanti docenze. Una povertà di mezzi ambientale ma un'ampia e plurale offerta di pensiero e forma e in una realtà urbana e geografica altrettanto composita e sospesa, come nelle montagne russe, molto rapidamente, tra mare e monti. Una dinamicità che ha segnato molto le esperienze comuni legandole profondamente al nostro bizzarro Adriatico. Questa capacità, nata dalla molteplicità di mondi possibili — quelli esperiti nell'eterogenea Gabriele D'Annunzio, un po' milanese, un po' romana e un po' sperimentalmente altro — ci ha permesso di guardare lontano, di leggere e assimilare i molti mondi che costruiscono le forme del contemporaneo.

Ecco, l'architettura dell'amico Giovanni è decisamente bella perché decisamente contemporanea. Decisamente bella perché capace di entrare in sintonia con i suoi destinatari, con i fruitori della città, con tutti noi, senza alcun cedimento gratificante al sentire comune, al vernacolare, alle mode verdi del presente e allo spesso estetizzato pensiero sostenibile. Capace, per bravura del sapiente progettista, di mettere d'accordo attraverso le sue forme le esigenze del colto investitore con il pensiero che costruisce il progetto. L'architettura di Vaccarini è inoltre decisamente contemporanea perché contiene in modo originale tutti i tempi che informano il presente attraverso una personale selezione che Giovanni decanta e mette in forma con la sua abile visione di progettista capace di sintesi e di personalità. Se la sua architettura è stata letta in modo condivisibile come espressione di un contesto fisico culturale come quello della cosiddetta "città adriatica", la "non più città" di Rem Koolhaas o meglio la "città di latta" di Paolo Desideri che da quelle forme traeva il suo noto titolo e la relativa lettura spaziale, è altrettanto importante per me sostenere che le sue forme si fondano sì in modo elegante nel marasma eclettico dell'adriaticità ma guardano anche lontano nella contemporaneità dei suoi più originali e pragmatici interpreti. L'estetica di Giovanni è una necessità combattente, è una impellente e sapiente risposta, ad un bisogno troppo silente di bellezza, di qualità degli spazi e delle forme del nostro habitat. I progetti di Vaccarini sono per questo architetture solari, che attraverso la genealogia adriatica e mediterranea si allontanano dagli anestetismi della perfezione tecnicista pur essendo tecnicamente perfetti, per approdare a morfologie capaci di confermare ed elevare il senso etico del progettare come progredire, divenendo educanti ma percepibili e riconoscibili in senso collettivo, adatte, senza troppa eroicità e muscolarità esibita ai diversi contesti contemporanei a cui appartengono. Le forme e le tecniche utilizzate nelle molteplici tipologie realizzate sono sempre sperimentali, sempre espressamente ancorate e contestualizzate al luogo e al tema da sviluppare, testimoniando una capacità di approfondimento del fatto costruttivo straordinaria, analizzato e declinato in ragione degli obbiettivi specifici da raggiungere. È elegantissimo e trasparente negli uffici SPG a Ginevra, è solido e materico nei laboratori Racotek di Bellante vicino Teramo ed è geometrico e contemporaneamente organico nel progetto dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo del 2005 e ancora, nella bellissima Centrale Powerbarn di Russi vicino Ravenna. Una pluralità di possibilità certamente riconducibili alla moltitudine di materie e lingue della nostra città adriatica dove artificio e paesaggio si confondono senza alcun canone possibile.  Allo stesso tempo progetti che non cedono alle lusinghe dell'uniformità e riconoscibilità linguistica o all'uso di morfologie in qualche modo rimandabili ad espressività condivise e di moda, ma che invece fondano il loro senso nella profonda indagine di Giovanni sulla sinergia tra contesto e quell'espressività desunta dalla condizione di continuità "modernocontemporanea" di "Terranoviana" memoria. Maestri storici e recenti convivono nella poetica del progettista che propone forme capaci di dissimulare tempi e storie di ogni provenienza in un nuovo ordine che parla il linguaggio del presente. Cosi come la Modernità dei maestri, primo fra tutti l'amato Moretti, proponeva innovazione contenendo il passato nelle sue composizioni, l'amico Vaccarini traghetta la modernità dei maestri italiani con il loro ricco bagaglio di forme in una contemporaneità in equilibrio non solo tra recente passato e presente, ma introduce anche in questo dualismo la variante di un tempo contestuale, forse senza tempo, che suggerisce morfologie prive di codificazione possibile se non quella dell'informalità. L'elegante architettura di Vaccarini utilizza e traduce in forme pacate ed empatiche sia l'eroica trasparenza della contemporaneità internazionale che l'ordinaria opacità delle logiche formali locali. Le ordinarie forme del presente Adriatico sono state l'ambito di studio nel quale ci siamo formati in molti in quei bellissimi anni pescaresi e grazie a giovani docenti romani (Aldo Aymonino e Paolo Desideri tra tutti), guidati da un mentore, lucidissimo intellettuale e sopraffino lettore delle trasformazioni urbane ed architettoniche del 900, Antonino Terranova, abbiamo compreso la possibile sinergia culturale tra la complessità della "località" cosiddetta diffusa, la modernacontemporaneità di alcune figure della scuola romana meno note oltre i maestri, come De Renzi, Luccichenti, Rebecchini ed altri e le ricerche della nuova cultura architettonica internazionale di matrice olandese, spagnola e americana.

Antonino Terranova, per tutti, dai più giovani docenti agli ancor più giovani collaboratori che si avvicinavano allo splendido mestiere dell'insegnamento della composizione architettonica, fu un vero maestro, schivo e sornione ma certamente capace di solleticare l'appetito di tutti noi con il suo approccio critico trasversale, con la sua curiosità a tutto tondo verso la pluralità dei materiali teorici e fisici che stanno attorno al progetto. Terranova, insieme a Desideri e Aymonino e più tardi Andriani, Garofalo ed altri, porteranno a Pescara Roma, con una immagine di città meno aulica del suo maestoso passato, una città contraddittoria, piena di problematiche sospese tra bellezza e abusivismo, tra progetto e profitto, dove accanto a capolavori assoluti prendono forma tipologie nuove caratterizzate da forme e tematiche dentro una contemporaneità del tutto nuova con le quali il progetto non poteva non confrontarsi. È all'interno di questo nuovo ambiente culturale, attento, oltre alle eroicità del passato anche all'ordinarietà del presente, che l'asse Pescara-Roma diventa anche un comune territorio fisico di indagine, producendo una disanima dei caratteri spaziali e architettonici che lo caratterizzano indagando il ruolo delle infrastrutture, dello spazio aperto e vuoto nonché delle tipologie dell'abitare che quel vuoto urbanistico ha prodotto. Tutti temi questi che diventano argomenti di studio affrontati in quegli anni sia nei corsi della didattica sia materia di ricerca per la nuova scuola di dottorato allora condivisa sempre tra Roma e l'Adriatico con Ancona e appunto Pescara. Molto materiale di ricerca venne pubblicato in quegli anni attorno agli spazi e ai tipi della cosiddetta Città Adriatica e che in qualche modo caratterizzò una scuola che aveva avuto un passato fondato sui temi dell'analisi urbana della città storica e sulle matrici geometriche del progetto di stampo milanese, che con questi nuovi studi, trovò una sua via di ricerca che la rese un po' sospetta in quanto sì critica e innovativa, ma anche riconoscibile nella cultura accademica italiana. A cavallo degli anni '90 vennero pubblicati molti testi riguardanti queste nuove tematiche di ricerca affrontate nel lavoro dei docenti e nella scuola di dottorato che avevano anche un riscontro in ambito internazionale grazie ad una serie di opere letterarie, saggi filosofici e sociologici tra cui i più letti Tondelli e Ballestra tra i romanzi, Deleuze, Rovatti  e Vattimo tra i filosofi, Marc Augè con i suoi molti testi tra cui il notissimo "Non Luoghi" tra i sociologi urbani e infine più tardi il biologo e soprattutto paesaggista Gilles Clement con il suo "Manifesto del terzo paesaggio". In quegli anni uscirono anche diversi testi prodotti in ambito universitario pescarese che influenzarono moltissimo la costruzione del nostro bagaglio culturale e che insieme allo studio delle opere architettoniche di nuovi progettisti trasversali e meno noti, sia in ambito italiano che internazionale andarono a costruire quel magazzino di informazioni, letture, figure e forme che inevitabilmente sono state, e ancora sono (perché da allora ciò che ci circonda non è poi cambiato molto), la base dell'immaginario poetico di Giovanni come di quello di molti di noi che provano a praticare l'architettura nella sua forma più autentica, la costruzione. Costa & Nolan e poi Meltemi furono le case editrici che ospitarono autori come Paolo Desideri con la "Città di latta" o Massimo Ilardi con "Attraversamenti. I nuovi territori dello spazio pubblico" o anche lo straordinario "Mostri Metropolitani" di Antonino Terranova, "Next City: Culture city" di Maurizio Carta e anche il mio "Luoghi Comuni" con Sabrina Cantalini, ma solo per citarne alcuni, di una lista molto nutrita di docenti, amici e colleghi che testimoniano il frizzante e originale momento culturale per la scuola pescarese che in quel momento storico è stata la palestra teorica per la nostra generazione. In quell'ambiente così vivo e fertile, frutto anche di un singolare rapporto tra docenti e studenti degli ultimi anni, alcuni dei quali avevano già iniziato nel periodo prelaurea a collaborare alla didattica e alla ricerca, tra cui Giovanni Vaccarini, che in particolare, insieme a Maria Cicchitti, lavorava con Aldo Aymonino, l'allora DAU, Dipartimento di Architettura e Urbanistica della Facoltà di Architettura di Pescara, fondò nel 1994 una collana editoriale diretta da Giangiacomo D'Ardia (altro docente romano nel frattempo atterrato a Pescara con la sua originale carica poetica) dal titolo evocativo "Ossimori". La collana intendeva testimoniare l'ampio e plurale lavoro svolto nelle diverse strutture del dipartimento, nella didattica, nel dottorato e nella ricerca progettuale e teorica e nelle Istruzioni per l'uso riportate in quarta di copertina il Prof. D'Ardia scrive: "E' necessario, a volte, trovare sul proprio tavolo da disegno dei materiali di lavoro che abbiano l'immediatezza e forse l'incompiutezza di un pensiero appena tracciato … comprenderne le aperture, ed individuare con chiarezza le fughe possibili nel lavoro dei nostri interlocutori". Un materiale di lavoro vivo, quindi, che nel ricco elenco immaginato, 12 numeri per ogni anno, individua come occasione del primo numero pubblicato il titolo "Palazzina e città" con sottotitolo, "La palazzina nel paesaggio urbano contemporaneo: un'esperienza didattica", a cura di Aldo Aymonino e Maria Cicchitti, con diversi scritti e progetti, tra cui uno di Giovanni Vaccarini, la sua tesi di laurea, nel quale possiamo ritrovare antecendenti spaziali e linguistici che ritornano oggi con evidenza nella sua maturità professionale, selezionati in quel magazzino di esperienze e immagini che in quegli anni ci si è costruiti. Per tornare a sottolineare i temi di studio delle nostre ricerche di quegli anni e il loro forte legame con il contesto di appartenenza del nostro corso di laurea, la nota editoriale a questo primo Ossimoro recita: "Il materiale raccolto in questo Ossimoro documenta il lavoro del Seminario di tesi di laurea "La metropoli adriatica e i suoi modelli di sviluppo", diretto da Aldo Aymonino e Carmen Andriani. Il seminario è iniziato nel 1990 e si è chiuso nel 1994 nell'ambito dei corsi compositivi dei proff. Antonino Terranova e Giangiacono D'Ardia". Terranova e D'Ardia, sono stati in quegli anni i due professori ordinari in composizione architettonica che, con la loro diversità di approccio teorico alla pratica del progetto di architettura hanno animato, coadiuvati dai molti citati giovani docenti e assistenti, quel singolare e stimolante ambiente di scontro e confronto che ha indissolubilmente legato Pescara e Roma. Un legame tra le due sponde del Paese riletto dai profili culturali dei nostri protagonisti in modo spesso oppositivo ma che è inevitabilmente confrontabile sotto molteplici punti di vista che su quell'asse si erano individuati e che ancora oggi sono leggibili. L'aperto e multiforme territorio, che superato l'appennino collega le due città riversandosi sull'Adriatico, il clima solare e luminoso. che le vede alla stessa altezza sul profilo fisico italiano, le stesse tipologie architettoniche, principalmente la palazzina, che anche per ragioni socio-politiche vicine hanno proliferato nei due ambiti urbani. Un legame fisico e culturale che lo stesso Giovanni Vaccarini ha sperimentato dopo la laurea attraversando con frequenza l'appennino per raggiungere dall'Abruzzo Roma per lavorare nello studio di Aldo Aymonino e a contatto diretto con i protagonisti del vigoroso e vitale periodo pescarese tra cui Paolo Desideri degli ABDR, vicini di studio e di esperienze progettuali dove anche il sottoscritto praticava.

Testimonianza di questa analogia e del territorio di ricerca comune tra le due sponde, è anche il lavoro sulla palazzina condotto dal Prof. Antonino Terranova anche sul suolo romano con i suoi successivi corsi di progettazione presso La Sapienza, ai quali ho collaborato per alcuni anni e che approdarono in un bellissimo volume monografico della rivista Rassegna di Architettura e Urbanistica, il numero 89/90 dal titolo appunto "La Palazzina" in cui si presentavano accanto a studi critici sui principali protagonisti della particolare tipologia in varie aree del territorio nazionale, anche lavori di sperimentazioni didattiche analoghe a quelle pescaresi. Nell'introduzione, lo stesso Terranova con il titolo interrogatorio "La Palazzina, romana e basta?" evidenziava la forte connessione tra gli studi pescaresi e quelli romani raccontando che "L'idea di questo corpo semi-monografico di Rassegna nasceva là fuori, a Pescara: dalla simpatica vanteria di Aldo che rammentava di aver scagliato la "palazzina romana" contro la scolastica tipologica della Tendenza ancora colonizzante … ; dalla voglia di impostare un nuovo seminario di laurea su una ricerca di nuovo tipologica, ma adeguata ai modi e ai tempi della contemporaneità (come si disse più tardi, un po' trans-tipologica) nonché, certo, dalla rivisitazione e legittimazione che avveniva, in particolare, su due numeri speciali di "Metamorfosi", dopo il liberatorio scritto di Paolo Portoghesi, appunto della mitica ma già famigerata palazzina romana; e infine, dal fatto che ho sempre in testa la vecchia giocosità ironica di Ludovico (Quaroni) circa la seriosità del tipo, e della disciplina, e di "una pericolosa tendenza": "che tipo, che bel tipo – celiava – non è bella ma è un tipo, un tipetto …"".  Questo era l'incipit del numero monografico della rivista ma era anche il senso del primo corso, di nuovo romano dopo il periodo pescarese, tenuto da Terranova a Roma e che nasceva dalla voglia di tornare a lavorare sulla tipologia, convinto che ci fosse ancora margine per una interessante riflessione nonostante la convinzione della morte del concetto sotteso al "tipo", "ma a patto di confrontarsi con la fenomenologia tipologica contemporanea molto differente, e forse ormai radicalmente opposta alla sistematizzazione tipologica di specie illuministica, classificatoria ed evolutiva, su cui ha fatto finora perno". Giovanni Vaccarini, dopo la costruzione del suo corposo bagaglio di esperienze che gli ha consentito negli anni di immaginare spazi e forme di indiscutibile qualità, penso si stia ancora interrogando e stia ancora sperimentando, riguardo all'abitare, certamente avendo ancora in mente quell'obbiettivo terranoviano, comprendere la fenomenologia contemporanea di questo tipo edilizio sui generis, forse l'unico capace di costruire un suo peculiare paesaggio, ancora, nonostante tutto, urbano. Il recente passato, con la sua propensione ad un modello sociale che tendeva ad un individualismo sempre più spinto, ci ha inevitabilmente portato ad un progressivo abbandono della rappresentazione collettiva della città verso una dimensione più intima nell'esaltazione figurativa dello spazio individuale. Se per questo, negli anni '80, abbiamo assistito ad una fuga dalle città verso l'esterno alla ricerca di piccoli paradisi individuali con la proliferazione della casa unifamiliare, il fallimento di questa tipologia solipsista, dovuta alla lontananza dei servizi, al tempo perso nell'attraversare il territorio per raggiungere un minimo di socialità e all'insostenibilità economica e ambientale del modello, ha riportato il "tipetto" della palazzina al centro delle recenti riflessioni immobiliari. Se già agli inizi degli anni '90 Aldo Aymonino ne evidenziava le potenzialità scrivendo che "una flessibilità assoluta dal punto di vista dell'uso degli spazi interni e una notevole varietà delle possibili combinazioni di aggregazione e dii disegno degli spazi esterni uniti all'inoppugnabile vantaggio della possibilità di contenere in cifre piuttosto modeste gli investimenti economici necessari alla costruzione, fanno della palazzina un prodotto praticamente imbattibile (nel rapporto costi/benefici) per il territorio/città dell'Occidente", nel primo decennio del nuovo secolo abbiamo assistito al suo definitivo ritorno in una nuova e "aperta" città. Come "oggetti liberati" dai modelli che li hanno preceduti, le nuove architetture non sono più solo edifici, spazi pubblici o città, ma si trasformano in qualcosa d'altro, perdendo ogni consequenzialità forma-funzione o unicità funzionale, per approdare in nuovi oggetti-sistemi, indefinibili, contemporaneamente edifici, spazi pubblici e città. Per tornare al nostro protagonista e ad uno dei temi che maggiormente ha sperimentato con continuità, l'abitare, dalla tesi di laurea alle più recenti realizzazioni pescaresi, nel suo percorso di rilettura delle esperienze dei protagonisti del moderno ha tradotto quella ibridazione funzionale e spaziale in diverse realizzazioni di grande qualità, prima fra tutte, la palazzina a Giulianova nel sito ex Arena Braga del 2000, dove Vaccarini risolve un programma plurale che comprende un cinema, del commerciale e delle residenze duplex, e a seguire la casa di Via Gramsci, nella stessa città natale del 2016, dove scompone l'edificio alternando masse a leggere trasparenze, per narrare anche qui, un'articolazione funzionale con spazi commerciali e diverse pezzature di alloggi. Entrambi edifici di grande efficacia, nella capacità di fondare le proprie radici nei maestri moderni, ma che con altrettanta originalità se ne distaccano, traducendo la massività in leggerezza, la forza materica in trasparenza, la perfezione linguistica in libertà compositiva, tutte caratteristiche che Giovanni Vaccarini declina trasponendo quell'aulicità romana nella lucente atmosfera adriatica. L'adriatico, con la sua profondità e i suoi colori diviene vero e proprio materiale di progetto nelle due ultime fatiche progettuali pescaresi, la palazzina Riviera 107 del 2022 e la De Amicis 154 del 2024, dove l'"anarchia del tipo" è ancor più spinta, la volumetria perde definitivamente consistenza per appartenere al paesaggio che non è più solo panorama da ammirare ma, appunto materiale costitutivo del progetto. Entrambe le palazzine, con diverse modalità e orientamento, dovuti alle differenti localizzazioni urbane, costruiscono una tensione spaziale dall'interno verso l'esterno per raggiungere e appropriarsi dell'orizzonte, lavorando sapientemente la sezione della volumetria, lo spessore dei materiali e giocando con la luce e il colore. Una generosità spaziale non solo legata all'alloggio privato degli inquilini ma anche al contesto urbano, attraverso l'uso pubblico del piano terreno, disponibile ad una volontà di dialogo che rielabora il giardino privato del villino plurifamiliare, da cui ha origine il tipo della palazzina, in una nuova dimensione di apertura alla città. Entrambi i lavori sono il risultato di una grande capacità del progettista nella cura delle diverse scelte progettuali, dal disegno dello spazio al corretto orientamento delle volumetrie, dall'attenzione verso i dettagli costruttivi allo studio delle molteplici soluzioni materiche adottate, ognuna per sottolineare un luogo o un elemento significativo. Una dedizione progettuale che significa riguardo per il destinatario, per l'uomo, che nella riflessione progettuale di Vaccarini è il centro dell'elaborazione spaziale, il destinatario di spazi che attraverso il loro disegno hanno la possibilità e capacità, con gli insegnamenti di Juhani Pallasma o di Steven Holl che Giovannni con certezza ha studiato e condivide, di entrare in relazione fisica ed emotiva con i fruitori delle sue creazioni. Architetture, quelle del nostro protagonista, dicevamo in apertura, belle perché' contemporanee, efficaci per questo perché in grado, nella loro eleganza, di appartenere e contenere un contesto culturale e ambientale dalle molteplici storie, capaci infine di mettere in equilibrio con apparente leggerezza, pragmaticità e poesia. 

Bibliografia
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Mondaini G. (2001). Abitare dopo il Moderno. Pescara: Ossimori DAU/Sala.
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Tondelli P. V. (1985). Rimini. Milano: Bompiani.

Didascalie delle immagini
1.
Giovanni Vaccarini, Societè Privet de Gerance, 2016. (fonte: G. Vaccarini)
2. Giovanni Vaccarini, Casa in Via Gramsci, 2016. (fonte: G. Vaccarini)
3. Giovanni Vaccarini, Palazzina Riviera 107, 2022. (fonte: G. Vaccarini)
4. Giovanni Vaccarini, Palazzina De Amicis 154, 2024. (fonte: G. Vaccarini)

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