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TRACKS & PROFILES /ricognizioni sul fare di Giovanni Vaccarini

Leggendo il lavoro di Vaccarini si parte per una grande avventura, alla scoperta di luoghi - a prima vista - incerti e improbabili. Ma entrandovi se ne riscopre la continuità dei paesaggi esterni, la radice, il DNA, perché tutto si ricompone da tracce su tracce, che sono lì. Sono le impronte, le orme su cui riconquistare i passi… E là, dove le maree cancellano i segni continui, ogni deposito, ogni arenamento di relitto ne costituisce una fonte: dal prato in fondo al mare ai cimiteri marini, depositi e ricognizioni sono la sorgenza dell'accumulo, ripostiglio e archivio dei frammenti.

“Tanti frammenti, altrettanti (inizi) indizi, altrettanti piaceri - scriveva Roland Barthes - ogni pezzo basta a se stesso, tuttavia sarà solamente l'interstizio di quelli vicini”.1

Tracce su tracce, rilevamenti di segni per produrre segni, qui sta il moto perpetuo dello schizzo teso a non cercate la verità, bensì quelle leggi che fanno e disfano le verità.  “…L’ibrido non è più un residuo marchiato dalla sintesi, ma l’annuncio di poliformi sincretismi. È il virus che scopre nella radicale alterità l’annuncio di futuri possibili e miscelati. La dialettica sincretica – un contagio ossimoro -  non si impossessa della cosa …essa mantiene le sue peculiarità…la dialettica sincretica ricombina nuove. Dolci alleanze con altre due parole: dialogica e polifonia”.2

“Non si tratta solamente di prendere la decisione di orientare il proprio avvenire in una direzione diversa di quella che sembra dover seguire, ma bisogna anche fare del proprio passato un'altra cosa di quel che sarebbe inevitabilmente rimasto se lo avessimo lasciato in pace», seguendo il filo di Michel Butor, che poi afferma «l'opera incompiuta è per noi la necessità di un'invenzione”. 3

Tra segno dal futuro incerto e opera aperta, lo schizzo, le intenzioni ghirigorate sul foglio, hanno uno statuto tutto loro; sospesi tra finito ed indefinito, tra preopera (già conclusa in sé) o segno in abbandono nella deriva delle idee, nell'angolo d'ombra del visibile. 

“Se esiste un senso del reale dovrà esserci anche un qualcosa che potremmo chiamare il senso  del possibile – osservava Robert Musil. Tuttavia, nell'insieme e nella media, saranno sempre le stesse possibilità ad essere ripetute, fintanto non arriverà un uomo per cui una cosa reale non ha maggior importanza di una cosa pensata. È costui che, per la prima volta, darà alle nuove possibilità i loro sensi e le loro destinazioni. È colui che le risveglia”. 4

Avere una visione del processo creativo, che viene ogni volta mobilitato, ci interessa soprattutto per capire meglio l'opera. 

Abachi, tavole sinottiche, sintattiche, tavole che raccolgono ragionamenti, successioni, menabò, story board, sequenze fumettistiche, linguaggi cronometrici, esplosioni assonometriche, programmi distributivi, immersioni spaziali rappresentative... 

Esistono artisti e architetti nella cui memoria è depositato uno stock molto esteso e preciso di immagini, derivate sia dalla realtà, osservata con attenzione capace di attribuire significato all'esperienza. In particolare essi arrivano a mettere nero su bianco a partire da un continuum che rispecchia l'esperienza con il reale, o con qualcosa che al reale è connesso, come ogni memoria, ma che al tempo è anche immaginario/immaginifico, in quanto si sviluppa in ricombinazioni e trasformazioni puramente mentali di figure mnesiche. Vi sono del tipo visual, dotate di una grande forza immaginativa o eidetica, capace di una nitida visione interiore. 

Invece delle apparenze egli cerca i significati che queste apparenze contengono e la sua ricerca corre sul filo ambiguo che separa lo spettacolo dallo spettatore trasformandosi in una sorta di caduta libera, vertiginosa e obbligata al tempo stesso: una ricerca senza respiro tesa verso un obiettivo che, come l'orizzonte, sembra spostarsi con chi lo insegue.                                                              

Come in La neve se ne frega di Ligabue 5,  il mondo è pulito. Le risorse rispettate. I bisogni soddisfatti. Un soffice rigore governa l'esistenza. Tutto secondo i diritti e i doveri. Seguendo sempre questa metafora, Vaccarini dribbla il futuribile e compone spazi di un mondo che finisce per dar forma a una innamorata nostalgia per l'uomo così com'é  fortemente contemporaneo e presente al di là di distrazioni.

Marco Mulazzani mi suggeriva, che Giovanni Vaccarini : “attinge ad una tradizione affatto diversa, offrendo brillanti interpretazioni di quella età dell'oro - a lungo obliterata nel nostro paese - costituita dall'architettura italiana degli anni cinquanta”,… ora, credo che veda oltre. 6

Un giovedì scrivendoci per @ gli posi una domanda sulla questione del progettare:
Quali basi teoriche poni alle tue esplorazioni formali?.  Lui rispose : “Vorrei provare a raccontare il mio lavoro partendo da due affermazioni semplici (mi scuso in anticipo):
1) l'architettura nasce da idee (non da figure: la figura ne è semplicemente il risultato, il risultato della messa in scena delle idee). Intorno a questa semplice riaffermazione del primato del pensiero sulla figura la ricerca dello studio si orienta e si misura con i temi a cui il territorio contemporaneo, ibrido e molteplice, chiede risposta.
Spesso si tratta di temi "deboli", spuri (non ci sono Case sulla Cascata o nuovi Guggenheim da progettare) che chiedono di affondare le mani nel corpus della disciplina come servizio collettivo necessario.

2) Gli architetti fanno architetture (spazi? ambiti?). Non ci sono scorciatoie, dobbiamo "fare" architetture (spazi). Per fare intendo che sia nelle teorie (i pensieri che stanno prima dell'azione e che ne informano i contenuti) che nei progetti, il dna di entrambi deve contenere il gene proprio della disciplina architettonica (spazio, relazioni, geometrie, materiali, sensazioni...).
Comunichiamo attraverso questa produzione, le architetture come sintesi del complesso intreccio e sedimentarsi di amori, conoscenze, desideri.
Di tanto in tanto torno a "leggere" i disegni di Piranesi o di Sant'Elia, metto in parte i miei pensieri con le loro figurazioni, le idee sono già tutte là, aspettano soltanto di essere "viste" per varcare il confine tra disegno e realtà; nel mezzo c'è l'architettura.
”L'Architettura: arte per maturazione, e non per rivelazione. Non esistono "enfants prodiges" nell'architettura.
Non esistono architetti precoci; nessun Mozart nell'Architettura. Sant' Elia, precoce? Le sue furono immaginazioni, non sappiamo come maturando avrebbe architettato. Architettura non vuol dire soltanto costruire: gli ingegneri costruiscono benissimo ma operano soltanto nello spazio. Gli architetti costruiscono "nel tempo", nella cultura;”7

 Dopo queste due brevi considerazioni, comunque molto importanti per dare un taglio al nostro lavoro, ti inquadro l'ambiente culturale in cui sono nato e ti segnalo alcuni amori:
_ Pescara 1987-1993: la facoltà è in fermento, una scuola (quella fondata da Rossi e da Grassi, tra gli altri) sta morendo lasciando il posto ad una giovane (allora) generazione con a capo Antonino Terranova e a seguire Aldo Aymonino, Paolo Desideri, Giangiacomo D'Ardia (per citarne alcuni).
Io ho respirato a pieni polmoni dell'aria delle due scuole. È stato un periodo molto bello accompagnato da viaggi, borse, da una vicinanza con chi ti insegnava il mestiere non soltanto accademica, e poi dal 1993 al 2000 il perfezionamento all'estero, il dottorato, la didattica. Un percorso che sicuramente conosci (ma nel frattempo la scuola si è dissolta);

_ Ti faccio solo cenno alla vicinanza culturale di un pensiero ibrido (?) di Canevacci, Ilardi (per alcuni tratti), Augé, ed altri; ma con negli occhi le visioni di Celati, la passione di Ponti e soprattutto le architetture (queste si veramente ibride) dei nostri architetti degli anni ‘50 e ‘60 (Moretti, il Moretti dopoguerra, plastico, contorto, Luccichenti, Gardella, Joe Colombo) o di Coderch (per fare qualche nome e capirsi meglio) “.

A questa risposta io replicai domandando: Come ti rapporti con il territorio del lavoro?.

“ Il territorio è il terreno da cui tutto nasce. Oggi più che mai si tratta di un territorio sempre meno geograficamente definito, le relazioni seguono traiettorie impensabili fino al secolo scorso, il nostro dialogo ne è la testimonianza (è vero i rapporti epistolari sono sempre esistiti, ma la frequentazione/frequenza e prossimità che questi nuovi strumenti consentono somigliano molto più ad una frequentazione territoriale).
Penso che probabilmente tu ti riferisca più al territorio fisico, bene, ti dico che anche questo ha assunto dei contorni più sfumati: quando mi chiedono da dove vengo rispondo sempre dall'Adriatico. Sento che questa è la vera condizione territoriale che mi appartiene. Essere posizionato in un punto qualsiasi della conurbazione diffusa che va da Ancona (circa) a Pescara è solo un dato geografico, mi sembra che le condizioni non cambino sui punti di questo segmento. Il territorio che abito mi trasmette (in reale) le declinazioni dello spurio, dell'ibrido di Augé o di Canevacci.
Essere a margine è una condizione del lavoro, o forse si tratta semplicemente dell'essere su uno dei nodi della rete del territorio geografico e culturale (rete e non centro - potremmo parlarne in seguito). Dal territorio apprendo le conoscenze che informano il lavoro (non conoscenze tecniche, ma culturali, di una cultura ancora fatta di frammenti che non sanno di far parte di un corpus; frammenti che attendono di essere messi insieme con un senso). Si tratta di filtrare , connettere, scrivere una delle storie possibili. 

Un lavoro molto difficile perché cerca di costruire un tessuto annodando fili tagliati, cerca di dare senso. Il senso fa paura, significa schierarsi, significa sbagliare, spesso si preferisce essere agnostici (meglio l'International Style contemporaneo, rassicurante, già visto - per tornare ad una declinazione disciplinare). Il territorio ci chiede una pratica che dovremmo introdurre con più costanza: ascolto. Nel concreto, non ho molti legami con la mia realtà territoriale, quasi tutti sono di ritorno, ovvero di persone che conoscono il tuo lavoro e ti cercano (molti altri, invece, ti evitano accuratamente); con questi pochi, il legame è, però, molto stretto.
Un abbraccio Brunetto , alla prossima! “.

“A muovere la poesia – come segnala l'adozione delle tecniche stranianti di cui sappiamo – è  invece una volontà di scarto, una volontà contestativa; l'assunzione dei linguaggi tecnologici è un espediente strategico, una mossa tattica; vale come punto di appoggio per un'azione di guerriglia contro la fonte e i veicoli della loro emissione a trasmissione.  Si badi bene, dunque, a non equivocare. L'assunzione dei linguaggi tecnologici non ne presume la pacifica assimilazione. Ad aver corso, infatti, non è un loro trapianto puro e semplice, un'operazione di neutrale, meccanica e passiva mimesi, ma – come visto – un tendenzioso processo di estrazione- astrazione che ne modifica lo status ordinario.

Nomi propri e nomi comuni, aggettivi e verbi, citazioni illustri e slogan pubblicitari vengono investiti da una sorta di furia disgregatrice e combinatoria. Le parole si spaccano, si moltiplicano, si deformano, si (ri)aggregano; l'aggiunta o la sottrazione di una sillaba innescano continui processi di allusione multipla, di meta-morfosi a catena.

Nel turbinio linguistico che attiva e con cui occupa in sé lo spazio, l'architettura dell'assemblaggio si fa produttrice di sensi infinitamente plurali, come quello del "sogno-allucinazione”… 7

Così scrivevo nel 2015…(per Deleyva ed. 7) e che sostengo ancor oggi.

Rilanciando una cadenza di parole (che coincide con la ricerca linguistica di Vaccarini), come  un gioco sperimentale linguistico secondo il “gruppo ‘63” 8 o, meglio ancora del caro amico Edoardo Sanguineti…

…dalla combinazione alla cancellatura / il laboratorio delle frammentazioni /oltre la scrittura / esercizi di solfeggio decomposto / leggere tra le righe guardando oltre lo schermo / (ri) citazioni codificate in assemblaggi / l'insorgere dei segni e delle tracce, orme e impronte / nel territorio degli accumuli /narra un racconto di fughe / nei modi di un calcolato abbandono dal racconto: /non tesse una trama continua e ordinata / non costruisce una storia unitaria e circostanziata / la narrazione procede a spasmi, è frastagliata e dispersa, è una successione simbolica di eventi possibili immaginati durante un processo di perlustrazione dell'immaginazione.   

Tessitura: 

guardando l'opera di Vaccarini nella sua complessità, sino ad ora, si può leggerla come una grande avventura alla scoperta di luoghi incerti che attraverso “fate morgane” e interpretazioni del progetto

il senso delle cose / il brivido dello spazio / gusti e disgusti / sociosemiotica del quotidiano / silenziose avanguardie / specchi riflessi in dinamiche interne / viaggio testuale / opera aperta / cosmicomiche frattali / del disegno / dallo schizzo / ai primi segni / è un indagare, un prender misura e dimensione / come reti da pesca / come setacci & maglie / si depositano /  l'uno sull'altre / una rete complessa che serve da paesaggio / orditura / e da sostegno geometrico / tutto il resto si eleva / sta appeso sotto / sottili trampoli s'alzano dal suolo / ricognizioni, scorribande, prelievi e rilievi /

scrivevo già nel '99 per “esplorazioni e rilievi di margine”/ assaggi e passaggi / tracce su tracce / sopralluoghi e ritorni / girovagate alla deriva / viaggi turistici alternativi / safari fotografici periferici / videoregistrazioni dei quotidiani percorsi /

verifiche scalari e comparazioni improbabili / archiviazioni dei rumori nei vuoti /

catalogazioni di archeologie del moderno / souvenir tetanici industriali trasportabili /

corrispondenze similari figurative / verifiche di limiti invalicabili / sanissime escursioni notturne / misurazioni luminarie e sonore / appropriazioni con apparizioni in suoli abbandonati / raccolte di racconti volanti su storie fantasma

dei non luoghi / conflitti sistematici di restituzione / smarrimenti temporali e nostalgici / smemorie ed estraneazioni / ritrovamenti in frammenti di natura inusitata / confini sensibili tremanti / soglie indefinite di spazi inattesi / ascolti dei silenzi oggettivi / vuoti silenti da battito di cuore / visioni trasportate in appunti di bordo...

questo si rintraccia nel processo…di sogni disseminati di un arrembaggio metropolitano, ritagli di cielo restituiti / possibilità di correre con lo sguardo...

qualcuno applica l'occhio alla fessura / non una finestra ma un foro dialogante con il cielo / da fuori / come una gruviera /come in alcuni schizzi di Le Curb per la casa della gioventù.../ i segni formano una scrittura segreta / che credi di conoscere /

ma bisogna liberarsi delle immagini                                                                                                                                        

che fin qui mi avevano annunciato

L'architettura come sfondo

il paesaggio ritorna sotto forma

di quella frammentazione caleidoscopica

dove le idee si moltiplicano in rifrazioni

rispecchiamenti mantenendo quella frammentazione

onirica di sospensione

leggera

in un disegno arabesco

che si compone e ricompone

,a secondo lo sguardo e l'angolazione percettiva,

con una flessibilità dinamica

scenografia vibrante

animata da una vibrazione

un ritmo di propria

natura evolvente

la metamorfosi perpetua

nel silenzio delle sirene

misura per misura

l'ospite di pietra

la città profonda

bassa intensità

il vizio della memoria

il blues intorno a me.

 

Trascritture

(Come direbbe Tabucchi... “mi ha spesso assalito il desiderio di conoscere i sogni degli artisti incontrati... ma mi piace supporre, immaginare attraverso narrazioni in sogni di sogni attraverso gli specchi dell'opera.”)10

Rovistando oggi, nel lavoro ormai consolidato di Giovanni Vaccarini, ritrovo con seria coerenza e continuità una teoria fondativa nella pratica e nella ricerca progettuale.

Il suo manifesto si palesa nel progetto rimasto iconico come Agritettura/38.750 mq. residenziale/direzionale in Foligno.

Ritrovo qui e nelle realizzazioni SEGNI:

IMPRONTE(segni su segni)_ nel dialogo costante tra lettura e progetto & luogo /paesaggio si cercano segni/tracce , indizi del fondare per collocare , disporre e porre un oggetto/soggetto. Vaccarini procede per derive, abborda carcasse di naufragi , ricompone ed assimila storie, avanzi, impronte deboli in dissolvenza, riportando tutto ad un edificio chiaro, preciso all’esterno per poi restituire una dinamica esplosiva all’interno verso il paesaggio che riconquista così l’orizzonte e il cielo.

SUPERFICI_ Non pelle  ma suolo e superfici. Lo spazio è messo in scena , un percorso dove la rappresentazione è somma di frammentate situazioni. Non c’è figura, non c’è un unico specchio ma esplosioni di frantumazioni. Questa esplosione elastica ripercorre sapientemente “il Paradosso di Porta Ludovica” (o della triangolazione ambigua) e meglio ancora il concetto del parallasse. Le superfici sono sempre ricche, colorate, trattate. Dallo sguardo si passa al tatto e certe volte al suono del materiale.

SCHIZZI_ Lo schizzo è vero strumento di progetto. Quaderni e moleskine sono i raccoglitori dei suoi viaggi, delle idee, dei percorsi del pensiero. Per Giovanni questo è proprio il procedere: schizzi su schizzi per arrivare ad un esecutivo che è già lì… La storia così inizia … con una lunga passeggiata che si appunta sulle pagine del quaderno e diviene luogo come discorso. 

ABACHI_ Strip, story board, icone… Semplicemente abaco. Il procedere sistematico riporta al concetto del ricettario del bugiardino o meglio delle istruzioni di assemblaggio & smontaggio. L’esploso assonometrico impera come diagramma/programma, progressione & relazione degli spazi e delle divisioni, un’idea da leggere in 3D.

FRAMMENTI_ Frammenti e disincantamenti sono materiali aggiuntivi. Letture stratificate in cronometrie differenziate, frammenti di tempo & spazio in un girovagare per arcipelaghi tra sentimenti di necessità, memorie e ricognizioni.

ANTROMORFOPAESAGGI_Ibridi, città e paesaggi instabili, culture suburbane, mutazioni, intersezioni, accumulazioni, sincretismi.

PROGETTI&TERRITORI_ Attraversare le opere di Giovanni si genera quella connessione tra edificio ed edificio che riporta al paesaggio urbano… quel paesaggio costruito e scolpito in un visionario concreto avanzare.

Paesaggi modellati .

LINGUAGGIO_così mi scriveva G:V: nel gennaio 2006 : “Il nostro procedere per tentativi si avvale di una serie di strumenti di conoscenza (e controllo), la lettura è il compagno di viaggio più praticato. Esse sono "illuminanti", nel senso che ci costringono sempre ad immaginare (vedere_ e qui la visione incomincia ad assumere una dimensione compositiva) tutto quello che c'è tra il concetto (le parole) e le loro figurazioni (è questa, forse, la più potente operazione progettuale); ancora oggi, a distanza di circa venti anni dalla sua prima lettura, trovo interessante e per alcuni versi attuale "l'architettura come mestiere" di Giorgio Grassi, pur associandoci visioni(!) di architettura completamente diversi dall'autore. (la molteplicità degli sguardi è una ricchezza da non disperdere) su Celati : verso la foce di Gianni Celati 11; mi sembra una lettura che contiene una serie di riflessioni sull'architettura, e sul modo di vedere, di un'attualità sconcertante. Il viaggio di Celati, con degli amici fotografici, è un viaggio attraverso la normalità della vita quotidiana di un territorio; non riflessioni (facili(?) ed affascinanti) sulle megalopoli orientali o sull'urbano più complesso, ma sul quotidiano inteso come microcosmo. Un' osservazione difficile: i tratti sono sfocati, sovraesposti, i soggetti sfuggenti, mostruosi (il libro si apre con un paesaggio con centrale nucleare, - viaggio ad Hong Kong suona certamente meglio).  Celati ci disvela la più semplice delle scoperte, che il mondo è dietro l'angolo (ed aggiungo io: tutto sta nello sguardo di chi osserva (vede??)). alcuni indizi : (ulteriori) un weekend postmoderno, Pier Vittorio Tondelli 12; 1600 vicini di casa"  Roberto Monelli 13;  eterotopia, Michel Foucault 14; geografia dell'espressione, Mike Davis 15… Per tornare ai nessi, questi sono nei pensieri che guidano le azioni. Il modo di vedere le cose (lo sguardo) è costantemente informato (ad esempio) dalle visioni deboli di Celati, dalla convinzione di non avere risposte, ma soltanto una delle possibili soluzioni. Il brutto ed il banale contengono informazioni (indizi) importanti per la nostra architettura;_ l'asimmetrico è più interessante del simmetrico (interessante non soltanto come figura, ma come concetto; contiene dei dubbi. L'asimmetrico è tale perché risponde alla serie di istanze che il progetto tiene insieme (cerca); non tenta di imporre un ordine ideale, ma cerca di lavorare con l'imperfetto.) _ l'ibrido è più interessante del "tipo" (l'ibrido include, il tipo esclude le "difformità"). Le idee sono più interessanti de l'idea. Potremmo parlarne ancora per un po’ (materia, forme/a-funzione/i __senza funzione/multifunzione, ecc ), ma credo che il senso si sia capito, e vorrei evitare di entrare nel racconto "intimo" ed indicibile del fare architettura…Anche l'immaginazione fa parte del paesaggio; Lei ci mette in stato di amore per qualcosa là fuori, ma più spesso è lei che ci mette in difesa con troppe paure; senza di lei non potremmo fare un solo passo, ma lei porta sempre non si sa dove. Ineliminabile idea che guida ogni sguardo, figura d'orizzonte…”. Ed ancora su altra @ : “Ovviamente, figure producono altre figure.  Si apre un mondo; potrebbe essere interessante vedere dove si "prendono" le figure; personalmente preferisco le figure improbabili degli "scarti", dello spontaneo. La lettura (o più generale la trasmissione non figurativa) ci costringere ad immaginare figure "ad occhi chiusi", non ad occhi aperti;? un esercizio interessante…”.

Anche nella storia delle palazzine Adriatiche e soprattutto nella palazzina di Via de Amicis 154 (tra le ultime creazioni) si riprovano quei concetti base teorici che trattavo in precedenza…qui inoltre si sviluppa la TRASPARENZA e la LEGGEREZZA  resa con estrema eleganza anche attraverso le luci artificiali che disegnano i piani …qui il rigore avanza in una precisione compositiva.

SPG e Cà 154 segnano la straordinaria sapienza progettuale, vere opere che raccolgono energie emozionali, vibrano e trasmettono musicalità…determinano ritmo di un abitare moderno.

Vaccarini nel tempo ha il suo doppio registro dal compatto & solido costruito scultoreo, impenetrabile e maestoso, fortemente monumentale… alla straordinaria elegante purezza di un solido che si decompone, si smaterializza…perde peso nell’aurea di un sogno Adriatico. 

Vaccarini è raffinato architetto di elegante coerenza e i suoi magici spazi rafforzano e rendono armonioso l’abitare in una continuità tra moderno e contemporaneo.

 

Bibliografia
Balestini N., Giuliani A. (2002). Gruppo ’63 / l’antologia. Torino: Testo & immagine.
Barthes R. (1981). Frammenti di un discorso amoroso. Torino: Einaudi.
Butor M. (1957). La modificazione. Parigi: Éditions de Minuit.
Canevacci M. (1996). Sincretismi. Una esplorazione sulle ibridazioni culturali. In G. Vaccarini, Leggimi. Ossimoro, n. 9.
Celati G. (1989). Verso la foce. Milano: Feltrinelli.
Ligabue L. (2004). La neve se ne frega. Torino: Einaudi.
Musil R. (1972). L’uomo senza qualità. Torino: Einaudi.
Ponti G. (1957). Amate l’architettura. Genova: Vitali & Ghianda.
Tabucchi A. (1992). Sogno di sogni. Palermo: Sellerio.

Entervista n°: