Le architetture di Giovanni Vaccarini si collocano nel contesto della Città Adriatica. Con questo nome si intende la lunga striscia di terra che si estende per oltre 300 km, da Rimini fino a Vasto. All’impronta territoriale, un telaio di montagne, valli e fiumi che scendono a pettine verso la costa, si sovrappone il fascio infrastrutturale, che con i segni della ferrovia, della statale e dell’A14, paralleli alla costa, ne afferma con enfasi la dimensione longitudinale. Ormai da decenni questa conurbazione è campo di interesse e di indagine di studiosi e ricercatori. Negli anni Novanta nasce la Facoltà di architettura di Ascoli Piceno, Università di Camerino, con una nutrita presenza di docenti romani, abituati allo studio di città tradizionali e canoniche e fortemente incuriositi da quest’evoluzione di una metropoli sperimentale; negli stessi anni la Facoltà di architettura di Pescara inizia a guardare alle città di latta1 e ai mutamenti in corso negli scenari urbani; in entrambe le scuole gli sguardi sono sicuramente influenzati dalle ricerche condotte dalle Università di Milano e Venezia, che stanno studiando la città lineare generata dall’A4. Oggi, a distanza di trent’anni, il fenomeno urbano adriatico continua ad intercettare le trasformazioni del mondo e della società, offrendosi come materiale ancora fertile per vari tipi di indagini2, sui fronti dell’economia, dell’antropologia, dell’identità culturale, del patrimonio e del paesaggio.
Compreso tra la linea di costa e il fascio infrastrutturale si stratifica il tessuto della città adriatica, minuto, compatto ma non denso, eterogeneo e complesso in un’apparente immagine di omologazione del costruito. Palazzine, pensioni, case-bottega, villini, capannoni, torri residenziali, rimesse attrezzi, baracche e stazioni di servizio restituiscono, nell’insieme, l’immagine globale di un costruire generico e ordinario. A fianco al villino liberty è possibile trovare, anche tutti insieme contemporaneamente, un capannone, piuttosto che un torrione medievale o un piccolo orto urbano: una condizione di inclusività e coesistenza appartiene a questa dimensione urbana, a un patrimonio che continua a stratificarsi come palinsesto, restio alla tabula rasa o a processi di costruzione e ricostruzione. Il continuum adriatico risulta come l’esito di un processo metabolico, come un grande stomaco che ingerisce e trasforma. È pressoché assente la visione determinista di un disegno urbano, dell’identificazione di zone e funzioni, dell’assimilazione di un linguaggio architettonico. Monumenti, eccellenze architettoniche delle varie epoche storiche aprono degli affreschi capaci di raccontare la storia antica di questi territori; più sfuggente è il racconto della storia contemporanea della di questo tipo di città, affidata a dei processi adattativi, capaci di intercettare trasformazioni e cambiamenti, spesso attraverso mutazioni di senso e funzioni, di contenitori che raramente si creano, ancora più raramente si distruggono. Due sono le dimensioni della città adriatica, quella urbana e quella rurale, assorbite in nuove tipologie di residenza capaci di condensare nella stessa immagine le ragioni dell’abitare e quelle della produzione, agricola e non solo. L’identificazione della figura del metal mezzadro3 denuncia una complessità della dimensione sociale e urbana di chi abita questi territori, anch’essa inclusiva e capace di assorbire molteplici realtà.
Interessante, in tale contesto, interrogarsi sul senso e sul ruolo attribuito al disegno dello spazio, all’architettura. L’impressione è di una diffusa inclinazione al rifiuto dell’atto di pianificazione, dell’idea ordinata e calata dall’alto, e di un’attitudine al gesto immediato, che interviene all’occorrenza, spontaneo e spesso artigianale: si fa, quando si può e come si può. È la logica del fai da te quella più adatta ad assorbire questa complessità, questa tensione adattiva, che fa in base a ciò che serve, a ciò che è opportuno, necessario e immediato. È anche in questo che risiedono le ragioni di una sorta di artigianalità e allo stesso tempo di anonimato del costruito della città adriatica, che sembra quasi rifiutare la possibilità di accogliere delle architetture, pensate, progettate secondo un disegno ben preciso.
È in questo scenario che spiccano con evidenza, come mosche bianche, alcuni episodi di architettura con una firma, un disegno e un carattere ben riconoscibili. Questo avviene, ad esempio, per alcune opere residenziali di Giovanni Vaccarini. Architetto cresciuto a Giulianova e stabilitosi poi a Pescara, dove si laurea nei primi anni Novanta; quando arriva a Pescara, l’Università di architettura è ancora coinvolta in un momento di fermento, dovuto all’avvicendarsi di una prima scuola, di stampo napoletano-milanese, che chiama nel corpo docente Giorgio Grassi e Aldo Rossi, e una seconda scuola, quella romana, che vedrà arrivare a Pescara Ludovico Quaroni, Luisa Anversa etc. Sia per il vissuto personale che per le sue esperienze di formazione Vaccarini ha negli occhi i materiali sopra descritti della città adriatica, consapevole che “questi territori non sono periferia di una città che è altrove: sono la metropoli contemporanea nel suo aspetto più compiuto”4.
Nella vasta produzione di Giovanni Vaccarini risulta di grande interesse la declinazione del tema dell’abitare, ambito che nel campo della progettazione, in Italia, non ha certo la stessa forza che in altri paesi, dove la più alta domanda di case e la maggiore disponibilità di suolo offrono delle ricche occasioni di sperimentazione. Nelle regioni che affacciano sull’adriatico le residenze sono collocate nei fitti tessuti medievali dei centri storici, nelle espansioni delle città consolidate, o nelle patinate costruzioni della costa; le case sono poi quelle dei casolari rurali, o degli agglomerati collocati sulle alture, o ancora più ibride tipologie, dove un capannone piuttosto che una rimessa per attrezzi sono poi gemmati in una serie di costruzioni che li hanno trasformati in residenze, capaci di offrire spazio per vivere e allo stesso tempo per lavorare, produrre, vendere etc.. In questo eterogeneo tessuto, dove si sono succedute logiche trasformative legate dapprima a un’economia di emancipazione dalla campagna alla città, poi alle promesse del turismo e poi alle improvvise limitazioni delle crisi, Vaccarini è riuscito a collocare dei frammenti di architettura.
Mi riferisco, nello specifico, alle residenze che l’architetto ha la possibilità di progettare nella porzione abruzzese della città adriatica, dai primissimi anni del Duemila a oggi. Rispetto al continuum anonimo e spesso di scarsa qualità che le circonda, le case di Vaccarini segnano con evidenza uno scarto, che emerge sia dalla cifra architettonica, ma anche dalla volontà dell’edificio di autodichiararsi come opera d’autore, appartenente a un contesto storico ben preciso, affermando quella che, in qualche modo, è una posizione di contro-tendenza che sceglie il progetto, sceglie la firma. Tra i tanti meriti dell’architetto emerge la capacità di saper accompagnare la committenza verso soluzioni di qualità, a volte anche coraggiose, e di disporre di “buoni clienti”, considerati tali in termini di disponibilità non tanto economica, quanto di veduta, di capacità di ascolto di chi disegna lo spazio; situazioni queste non all’ordine del giorno per chi si trova a progettare in questi brani di città, soprattutto nelle porzioni più piccole e distanti dai grandi centri.
Diverse sono le occasioni nelle quali Vaccarini affronta il tema dell’abitare nella città adriatica. Un’interessante operazione è quella compiuta a Giulianova, nel 2010, su un edificio residenziale di due piani fuori terra, in mattoni, con un piccolo giardino privato. Tramite l’inserimento di piccole volumetrie e l’utilizzo di nuovi materiali, il progetto “Casa L” restituisce alla preesistenza nuove spazialità e modalità di attraversamento, con un’immagine contemporanea ma capace di non stravolgere l’originaria l’identità. Il tetto dell’edificio accoglie una superfetazione e lascia la scena a una nuova spazialità: un luminosissimo open space, ricavato sotto una nuova copertura in legno rivestita in lamiera metallica. A trasformare la preesistenza contribuisce poi un solaio aggettante in ferro, che connette la quota intermedia della residenza al giardino al piano terra tramite un buco nel pavimento, all’interno del quale si colloca un’ardita scala metallica e allo stesso tempo trova alloggio il tronco di un albero. Il sapore industriale alimentato dai materiali in ferro del solaio e della scala dialogano con l’immagine più poetica della casa sull’albero, in un gioco di allusioni e rimandi che trasforma l’atmosfera e l’immagine complessiva della precedente struttura. Vaccarini compie pochi gesti, ma decisivi, capaci di potenziare le possibilità della preesistenza rendendola capace di raccontare la storia della sua trasformazione. Quest’operazione di riciclo è in qualche modo fedele al metabolismo della città adriatica, che si trasforma perennemente e lentamente, spesso non in maniera così dichiarata, spesso attraverso questi processi dove l’esistente lentamente si modifica e si adatta alle nuove esigenze; un processo restio alla tabula rasa, e in qualche modo diffidente rispetto al coinvolgimento di progettisti. “Casa L” di Giovanni Vaccarini diviene dunque un esempio di un progetto di re-cycle d’autore, un abbinamento già interessante, che risulta degno di ulteriore attenzione in quanto collocato nella città adriatica.
In quello che definisce un “lacerto di città collocato tra Pescara e Ascoli Piceno”, in quelle porzioni distanti dalla zona di costa, che però non hanno la forza né di appartenere a un contesto rurale, né montano, né urbano, Vaccarini realizza ex novo, nel 2005, un’altra sua opera, “Casa C+V”, questa volta una nuova costruzione. Questa residenza suburbana, dal carattere forte e molto deciso, va a collocarsi proprio dove la città adriatica mette in scena la sua condizione più ibrida e incerta. Un recinto immaginario sembra in qualche modo isolare quest’edificio, che a differenza di tutto il resto mostra con evidenza una dimensione di appartenenza: a un’epoca, ad un autore, al mondo del progetto. L’impianto si basa su un incastro di volumi, quelli basamentali al piano terra rivestiti in pietra e l’ultimo, panoramico e destinato alla zona notte, rivestito di intonaco bianco e su un lato completamente vetrato. Il tema della luce risulta prioritario, e connota l’immagine dell’edificio, sia quando le facciate sono totalmente trasparenti, sia quando il vetro viene oscurato da pareti in alluminio con una texture di ampie bucature che generano interessanti disegni di luci e ombre. Il traguardo visivo verso le colline, e una buona porzione di giardino/orto di pertinenza sulla quale affacciano le vetrate del piano terra conferiscono all’opera lo status di villa. I riferimenti ad alcune residenze di Rem Koolhaas, o in generale ad alcuni caratteri di quell’architettura decostruttivista che Philip Johnson e Mark Wigley raccontano nella mostra del 1988 al MoMA sono piuttosto evidenti; in generale, anche ad occhi meno esperti, quello che immediatamente arriva è l’immagine di un edificio “moderno”, che vuole prendere le distanze dal contesto, parlando il linguaggio della sua epoca, e ammiccando ai riferimenti più di moda nel mondo dell’architettura di quegli anni.
Gli ultimi progetti di residenze che Vaccarini realizza sono delle eleganti palazzine, come “Riviera 107” e “De Amicis 154”, entrambe realizzate a Pescara, rispettivamente nel 2022 e nel 2024. Quello della palazzina è un tema piuttosto caro all’architetto, che sceglie sin dal 1993, nella sua tesi di laurea nella facoltà di Pescara con Gianluigi D’Ardia come relatore e Aldo Aymonino correlatore. Nel 1994 esce la pubblicazione di Aymonino e Maria Cicchitti Palazzina e città5, che affronta un tema edilizio di chiara importazione romana, ma che ben si presta a delle letture più audaci nell’attrito con l’informe magma della città adriatica. A partire dagli anni trenta vengono realizzate diverse palazzine nel capoluogo abruzzese, che nello sguardo traguardato al mare trovato piena legittimazione della tipologia a piani sovrapposti con ampie terrazze.
Un primo approccio a questa tipologia nella carriera di Vaccarini è nel 2000, quando realizza a Giulianova, nel cosiddetto sito “ex Arena Braga”, un edificio per residenze temporanee che si colloca in un interstizio stretto e lungo, all’interno di un compatto tessuto urbano. Per gestire la distribuzione e l’illuminazione di uno spazio così sacrificato Vaccarini apre il lato della facciata con una serie di bucature, delle squame che dal rivestimento in vetro e metallo sembrano aprirsi a cercare la luce, come i petali nella palazzina Girasole di Luigi Moretti a Roma. Ma ancora più fedeli alla tipologia in questione sono le due palazzine che realizza a Pescara, una in prima l’altra in seconda fila, entrambe vicinissime alla riva. È proprio la presenza del mare, e la relazione con questo tipo di paesaggio che alimenta il progetto della “Palazzina Riviera n. 107”, che sembra tutto condensato nel disegno della facciata. Quelle che nella tipologia tradizionale sono terrazze, nell’edificio di Vaccarini diventano delle vere e proprie stanze, all’aperto e allo stesso tempo protette da uno scenografico rivestimento in metallo aggettante, che le trasforma in cospicue appendici della zona giorno, ambienti dall’immagine cangiante e molto glamour quando si accendono le luci della sera. Al piano terra l’edificio arretra, così da accogliere e far entrare la città circostante nei suoi spazi, dove un androne e delle vaste sale per le varie esigenze degli abitanti affermano già un’interessante declinazione delle tensioni tra pubblico e privato, tema che questo tipo di architetture deve saper necessariamente gestire.
Non troppo distante, sia nella posizione che nell’impianto globale, appare la “Palazzina De Amicis”, che si colloca sull’angolo di un blocco urbano vicino sia alla spiaggia che a Piazza Salotto. Circondata da viali alberati e da alcuni edifici firmati da noti autori e di grande qualità architettonica, la palazzina di via De Amicis esprime una forte propensione a stabilire relazioni con il tessuto urbano e con lo spazio pubblico circostanti. I sei piani fuori terra aggettano con estensioni variabili, in cerca di scorci di paesaggio tra mare e montagna. Sul fronte nord-ovest, dove l’aggetto è massimamente pronunciato, compare una serie irregolare di esili pilastri in acciaio, tre singoli e tre binati, che contribuiscono alla soluzione strutturale dell’opera, e creano un interessante dialogo tra sbalzi orizzontali e tensioni verticali. Sottili linee di luce, collocate principalmente nell’intradosso dei piani aggettanti, spesso proseguono il loro corso sulle pareti verticali, ed enfatizzano la volontà di estendersi nella città, conferendo riconoscibilità e partecipazione dell’edificio allo spazio pubblico circostante.
Simili nell’impianto, diversi nelle soluzioni formali, questi progetti di palazzine rivelano la dimestichezza ormai acquisita nel disegno della tipologia e, in generale, nel progetto della residenza da parte dell’autore Vaccarini. Il lavoro sull’esistente e l’inserimento di architetture ex novo, il dialogo col mare e allo stesso tempo con le aree più arretrate rispetto alla costa, il confronto con differenti scale e lo sguardo binato verso la dimensione privata che si apre a quella pubblica conferiscono una globalità e una complessità al lavoro dell’architetto, che diviene uno dei pochi interpreti del progetto di residenza d’autore all’interno della città contemporanea. Il significato dell’abitare risulta mutevole in questo tessuto, rapito in un’ondivaga dimensione turistico/residenziale dove la presenza del mare accende il tessuto di case della fascia costiera per poi svuotarlo a partire dalle prime piogge. Svettanti hotel, figli delle ambizioni del turismo e del boom economico, sono stati progettati come approdi turistici per poi spegnersi e trasformarsi in residenze per disperati; case a schiera e villette disegnate dagli uffici tecnici del comune o da geometri di mestiere si sono poi svuotate e ospitano oggi turisti occasionali; la dimensione agricola delle aree collinari si è progressivamente contaminata con le attività produttive, commerciali, da piccola impresa, tenendo dentro anime rurali e allo stesso tempo urbane, in una nuova tipologia abitativa, quella rururbana6. La dimensione ondivaga del ritmo delle stagioni, della geografia, e del cangiante tessuto sociale di questa striscia di terra generano una residenza diffusa che assorbe questa tensione dinamica e altalenante, figlia delle esigenze e delle maestranze del momento, incline ad adattarsi al cambiamento senza mutare veste. Entrare in questo tessuto, restituendo tali dinamiche nell’architettura di una casa diventa un evento eccezionale nel contesto della città adriatica. Oltre ad aver inserito un target di qualità all’interno del costruito generico, risulta di grande interesse la possibilità di avervi collocato delle connotazioni spazio temporali, capaci di esprimere le dinamiche e il linguaggio di uno specifico momento e un’espressione autoriale del progetto. Queste opere funzionano oggi come dei landmark e in futuro, anche se stravolte o meno riconoscibili, sapranno raccontarci della loro epoca di appartenenza e di quanto avvenuto in quel tessuto, dove mai nulla sembra accadere. Il fatto di aver disegnato e realizzato diverse residenze, in varie situazioni e con molteplici interpretazioni, significa aver maturato conoscenza e consapevolezza nell’interpretazione dell’abitare adriatico, e di potersi affermare dunque, in questi contesti, come l’eccezione che contraddice regola. Senza voler stravolgere la struttura e l’immagine del tessuto della città adriatica, la possibilità che le eccezioni si ripetano e ne rendano ancora più leggibili i caratteri costituisce un aspetto interessante e insolito, che si andrà a stratificare nel palinsesto di sguardi, ricerche e sperimentazioni che continuano, nel tempo, a guardare alla dinamica e allo stesso tempo immobile città adriatica.
Note 1 Tra i vari si vedano: Ciorra P., Menzietti G. (2025). La città perfetta. L’adriatico come laboratorio post urbano. Macerata: Quodlibet. (in corso di stampa); Pignatti L. (2024). L’Adriatico come Smart Sea. Narrazioni e interpretazioni per un mare condiviso. Siracusa: LatteraVentidue; Orazi M., Vanucci M. (2024). The Microcosm of the Adriatic Sea. Volume, n. 64, pp. 5-18. Gennaio 2024; Kaplan R. D. (2023). Adriatic. A Concert of Civilizations at the End of the Modern Age. Londra: Penguin; Obrist M., Putzu A. (a cura di). (2023). The Last Grand Tour. Contemporary Phenomena and Strategies of Living in Italy. Zurigo: Park Books; Ivetic E. (2021). Storia dell’Adriatico. Un mare e la sua civiltà. Bologna: Il Mulino.
Bibliografia
Bianchetti C. (2002). La città medio adriatica. La Meridiana, n. 45, pp. 56-68.
Colli C. (a cura di) (2024). Adriatico. Mare d’inverno. Napoli: Artem.
Ciorra P. (2002). Adriati-città. Un paesaggio post-industriale. Le Cento Città, n. 21, pp. 9–16.
Ciorra P., Menzietti G. (2025). La città perfetta. L’adriatico come laboratorio post urbano. Macerata: Quodlibet. (in corso di stampa)
Desideri P. (2002). Città di latta. Favelas di lusso, autogrill, assi attrezzati, latta e antenne paraboliche tra Roma e Pescara. Roma: Meltemi.
D’Annuntiis M. (2001). Adriaticit(t)à. In C. Quintelli (a cura di), S.S. via Emilia. Progetti architettonici e nuovi luoghi lungo la via Emilia tra città e città, vol. 1, pp. 13-24. Milano: Abitare Segesta.
Fuà G. (a cura di). (1976). Il “modellaccio”. Modello dell’economia italiana elaborato dal gruppo di Ancona (2 voll.). Milano: FrancoAngeli.
Ivetic E. (2021). Storia dell’Adriatico. Un mare e la sua civiltà. Bologna: Il Mulino.
Kaplan R. D. (2023). Adriatic. A Concert of Civilizations at the End of the Modern Age. Londra: Penguin.
Mondaini G., Fiorentini P. (2001). Abitare dopo il moderno. Dalla casa esatta alla casa adatta, attraversando i materiali della tipologia. Pescara: Sala.
Obrist M., Putzu A. (a cura di). (2023). The Last Grand Tour. Contemporary Phenomena and Strategies of Living in Italy. Zurigo: Park Books.
Orazi M. (2024). Giovanni Vaccarini (Collana Imprinting, n. 4). Siracusa: LetteraVentidue.
Orazi M., Vanucci M. (2024). The Microcosm of the Adriatic Sea. Volume, n. 64, pp. 5-18. Gennaio 2024.
Pignatti L. (2024). L’Adriatico come Smart Sea. Narrazioni e interpretazioni per un mare condiviso. Siracusa: LatteraVentidue.
Didascalie delle immagini
1. Giovanni Vaccarini, Casa L, 2010. (Foto di Alessandro Ciampi. Fonte: G. Vaccarini) 2. Giovanni Vaccarini, Casa C+V, 2005. (Foto di Alessandro Ciampi. Fonte: G. Vaccarini) 3. Giovanni Vaccarini, Palazzina De Amicis 154, 2024. (Foto Anna Positano. Fonte: Studio Campo)
Note
1 Tra i vari si vedano: Ciorra P., Menzietti G. (2025). La città perfetta. L’adriatico come laboratorio post urbano. Macerata: Quodlibet. (in corso di stampa); Pignatti L. (2024). L’Adriatico come Smart Sea. Narrazioni e interpretazioni per un mare condiviso. Siracusa: LatteraVentidue; Orazi M., Vanucci M. (2024). The Microcosm of the Adriatic Sea. Volume, n. 64, pp. 5-18. Gennaio 2024; Kaplan R. D. (2023). Adriatic. A Concert of Civilizations at the End of the Modern Age. Londra: Penguin; Obrist M., Putzu A. (a cura di). (2023). The Last Grand Tour. Contemporary Phenomena and Strategies of Living in Italy. Zurigo: Park Books; Ivetic E. (2021). Storia dell’Adriatico. Un mare e la sua civiltà. Bologna: Il Mulino.
Bibliografia
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Orazi M. (2024). Giovanni Vaccarini (Collana Imprinting, n. 4). Siracusa: LetteraVentidue.
Orazi M., Vanucci M. (2024). The Microcosm of the Adriatic Sea. Volume, n. 64, pp. 5-18. Gennaio 2024.
Pignatti L. (2024). L’Adriatico come Smart Sea. Narrazioni e interpretazioni per un mare condiviso. Siracusa: LatteraVentidue.
Sitografia
https://www.giovannivaccarini.it, consultato il 10.04.2025
Didascalie delle immagini
1. Giovanni Vaccarini, Casa L, 2010. (Foto di Alessandro Ciampi. Fonte: G. Vaccarini)
2. Giovanni Vaccarini, Casa C+V, 2005. (Foto di Alessandro Ciampi. Fonte: G. Vaccarini)
3. Giovanni Vaccarini, Palazzina De Amicis 154, 2024. (Foto Anna Positano. Fonte: Studio Campo)
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