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10 domande a Giovanni Vaccarini

Anna Rita Emili
Ludovico Romagni

 

Ludovico Romagni _ Siamo all’interno dell’edificio residenziale denominato ‘De Amicis 154’, appena dietro il lungomare di Pescara, con il progettista Giovanni Vaccarini, uno dei post-giovani architetti più importanti della East Coast Adriatica. Lo incontriamo in un momento significativo per lui, per le opportunità realizzative che sta avendo, per le pubblicazioni sul suo lavoro che stanno uscendo e i riconoscimenti ottenuti. È vincitore di diversi premi INARCH del The Plan Award, ha partecipato alla Biennale di Architettura veneziana nel Padiglione Italia del 2022 ed è tra gli studi selezionati per l’Atlante Mondiale dell'Architettura del XXI secolo. Oltre che essere un bravo architetto, è anche un amico perché in realtà ci siamo formati insieme fino al dottorato di ricerca. Vorrei iniziare questa intervista chiedendoti proprio quali sono stati i momenti maggiormente significativi del tuo percorso formativo e professionale, gli incontri più stimolanti in relazione a quali temi.

Giovanni Vaccarini _ Innanzitutto grazie per l'invito e per la bella presentazione. Come hai detto, siamo ex giovani architetti della East Coast Adriatica. 

È passato parecchio tempo, mi sono laureato nel 1993, in un periodo particolarmente interessante tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, quando la Facoltà di Architettura di Pescara era un ambiente molto vivace che diede un impulso cruciale a porre come oggetto di studio i temi dalla crescita e sviluppo della città contemporanea. 

Era una facoltà giovane, nata nel 1967, in una città altrettanto giovane: Pescara è stata fondata nel 1927 e nel 2027 compirà 100 anni. In quel periodo all’interno della facoltà iniziarono a coesistere due anime: da un lato la prima scuola di fondazione legata a nomi come Aldo Rossi e Giorgio Grassi, due figure che hanno fatto la storia dell’architettura italiana e, semplificando, rappresentanti della cosiddetta Tendenza; dall’altro, un gruppo di giovani ricercatori che iniziò ad indagare nuovi criteri di indagine e di narrazione del paesaggio, la città e l’architettura in cui l’attenzione si spostava dalla città storica verso quella diffusa contemporanea. Per spiegare questo cambiamento, mi piace accostare, come faccio spesso, due libri fondamentali entrambi del 1966: L'architettura della città di Aldo Rossi e Complessità e contraddizioni nell'architettura di Robert Venturi. Sono due testi che hanno punti di vista completamente divergenti sulla città e sull'architettura. Il primo analizza la relazione diretta tra tipologia edilizia e morfologia urbana. Indaga in sostanza un rapporto riconoscibile tra la forma della città e gli elementi che la compongono con particolare attenzione ai monumenti e alle permanenze. Il secondo, invece, propone per la prima volta un’analisi senza pregiudizi di valore, osservando la realtà urbana nella sua interezza. Non solo città storica ma anche il resto nonostante potesse apparire brutto, sporco e cattivo. Venturi fa propria questa analisi valutativa in cui ha studiato le dinamiche insediative e gerarchiche della città contemporanea con i suoi manufatti, con lo stesso approccio con cui osserviamo un tessuto storico o una cattedrale gotica. 

Questo passaggio di prospettiva è stato per me cruciale. 

Tra gli incontri più importanti, senza dubbio voglio citare quello con Aldo Aymonino, con cui ho studiato, mi sono laureato, e con cui ho iniziato a lavorare nel suo studio a Roma; Giangiacomo D’Ardia, direttore del DAU, un dipartimento che al tempo rappresentava bene questa crasi tra le discipline dell’urbanistica e dell’architettura. 

Il progetto di architettura era affrontato sia alla scala di manufatto edilizio che alla scala urbana con le stesse logiche, senza le semplificazioni del progetto urbanistico.

 

Anna Rita Emili _ Come architetto, quali sono stati i tuoi riferimenti principali? Nel tempo sono cambiati e come hanno influenzando il tuo modo di progettare?

Giovanni Vaccarini _ Sono sempre stato affascinato dagli architetti italiani del dopoguerra, in particolare dagli anni '50. 

Questo periodo è stato molto importante per l’architettura italiana, un periodo di grande fermento e sperimentazione in cui progettisti, industria delle costruzioni e urbanisti hanno condiviso competenze ed esperienze per la ricostruzione e per dare risposte ad una società in forte trasformazione.

Luigi Moretti è uno degli architetti su cui mi sono consumato gli occhi, una delle nostre prime architetture è un omaggio diretto al suo lavoro. Poi De Renzi, Luccichenti, Libera e molti altri di quel periodo storico. 

Nella contemporaneità il progetto ha progressivamente aumentato il suo livello di complessità, il panorama architettonico ha visto uno sviluppo importante, lo sguardo si è allargato al contesto globale. Tuttavia, l’insegnamento di Moretti, sia per la plasticità architettonica che per la cura del dettaglio e dei materiali, rimane per me un riferimento fondamentale.

Ludovico Romagni _ Vorrei tornare un attimo sulla scuola pescarese. All’improvviso, nella nostra facoltà, con Desideri, Terranova, Aymonino, Andriani, d’Ardia, Barbieri, irrompe la città diffusa, generica. Iniziamo una nuova narrazione della città disciolta nel territorio innervata dai telai infrastrutturali, dalle reti. cosparsa di ferite paesaggistiche. Che bilancio possiamo fare oggi, oramai a trent’anni di distanza, di quel momento rifondativo per la facoltà? Si è riusciti a costruire una sensibilità sulle questioni del paesaggio, dalle sezioni territoriali, degli spazi infrastrutturali, le criticità residuali, il progetto di suolo?  Ti sei accorto di qualcosa? Oppure alla fine è stato tutto un bluff molto deludente, per bravi disegnatori incalliti. Per visionari trasformativi portatori di sventura?

Giovanni Vaccarini _ No, non è stato un bluff. 

Il bilancio è complesso e ha due facce diametralmente opposte. Da un lato, questa osservazione della realtà ha aiutato la nostra generazione di architetti a colmare il divario che al tempo esisteva tra chi pensava e immaginava le architetture e chi le realizzava. Una distanza tra architetti e società civile che ha prodotto un progressivo distacco tra architettura disegnata ed architettura realizzata. Noi siamo architetti, progettiamo per la collettività, l’esercizio all’osservazione della realtà è non solo necessario, ma anche determinate per orientare le nostre ricerche e sperimentazioni. 

Anche tutto il lavoro sulla “città diffusa” è stato molto importante. Ripensando oggi a quelle ricerche, al tempo cavalli di battaglia della nostra scuola, il bilancio è indubbiamente a tinte fosche. La riqualificazione/risignificazione dei nuovi spazi collettivi o degli spazi ‘residuali’ non è avvenuta così come oramai non è immaginabile una città basata sull’automobile e le infrastrutture trasportistiche. La dilatazione incontrollata dell’urbanizzazione ha compromesso il territorio con una urbanizzazione diffusa e con aree industriali e produttive in contrazione richiede una nuova visione che riporti al centro l’ambiente e la gestione delle risorse.

Anche al cambiare dei “materiali del progetto” ritengo che l’approccio al progetto con uno sguardo curioso e proattivo sia sempre attuale. 

 

Anna Rita Emili  _ Dal punto di vista professionale, come definiresti la tua architettura? Qual è la ricerca che più ti identifica nel panorama italiano e internazionale?

Giovanni Vaccarini _ È una domanda complessa. Se dovessi darle una connotazione, la definirei adriatica. Riprendo un passaggio del libro di Manuel Orazi, appena pubblicato, in cui abbiamo cercato di ricostruire non solo la storia dell’architettura, ma anche il contesto geografico in cui nasce. Da un lato, c’è il background formativo di cui abbiamo parlato, dall’altro il territorio, che inevitabilmente influenza il nostro lavoro. Non è solo una questione di geografia, ma di sguardo: il contesto adriatico è parte del nostro modo di vedere e progettare. Anche quando realizzo edifici altrove, mi porto dietro un pezzo di Adriatico. Mi piace pensare, ad esempio, che nelle lame dell’involucro vitreo della sede SPG a Ginevra da noi progettato, si riflettano proprio le acque dell’Adriatico.

Ludovico Romagni _ Sei un architetto impegnato su molti fronti, su tanti temi, ma il tema che forse più ti identifica è quello residenziale. La palazzina, nel contesto del panorama architettonico italiano, ha rappresentato per la borghesia in ascesa degli anni Cinquanta l’invenzione, il simbolo di un benessere economico e sociale che ha sostituito il villino. Negli anni della ricostruzione, diviene la protagonista della ricostruzione del tessuto urbano, oltre la città ottocentesca e l’organizzazione sociale ad essa sottesa. Città a bassa densità, città giardino, reiterabile all’infinito. Come sta oggi la palazzina nel contesto del panorama architettonico.

Giovanni Vaccarini _ Nella città la palazzina ha rappresentato proprio quello che dicevi. E’ stata una tipologia edilizia che ha avuto sempre una doppia natura. Da un lato, è stata uno strumento flessibile nelle mani della speculazione edilizia, adattandosi alla frammentazione del suolo e alla crescita disorganica delle città. Dall’altro, ha rappresentato un terreno di sperimentazione per grandi maestri dell’architettura, come il capolavoro dell’edificio per la Cooperativa Astrea di Luigi Moretti o “il girasole”. 

Oggi la palazzina ha una nuova opportunità legata alla densificazione urbana. Incorpora i temi ineludibili della sostenibilità ambientale a partire dalla riduzione del consumo di suolo che impone un intervento sempre più incentrato sulla sostituzione edilizia. Credo che, così come nel dopoguerra, ha sostituito tipologie a bassa densità. Oggi può essere ripensata per rispondere alle nuove esigenze riducendo l’occupazione di suolo e cercando di ridare alla città una serie di spazi privati o di uso pubblico capaci di restituire un valore sociale ad una tipologia introversa.

Ludovico Romagni _ In effetti, la palazzina è stata spesso una macchina d’assedio verso il paesaggio. E’ il paradigma architettonico in cui maggiormente incide il rapporto con il contesto. Valerio Paolo Mosco recentemente, descrivendo questo edificio paragona Pescara a Los Angeles. Città oramai sature ma che sembrano perennemente aperte, incompiute.

Come si inquadra questo tuo progetto nel contesto di questa città, dove mi sembra che la palazzina in genere stia cercando un riscatto, una nuova vita, rispetto all’idea di un edificio brutto, sporco e cattivo prospicente un mare, il medio Adriatico, di acqua bassa, non di straordinarie qualità.

Giovanni Vaccarini _ Nei progetti realizzati a Pescara abbiamo cercato di sperimentare una nuova strada lavorando su due livelli: la scala urbana e quella del manufatto edilizio. 

A scala urbana, il nostro obiettivo è stato restituire alla palazzina il ruolo urbano che storicamente non ha avuto. La strategia è stata quella di introdurre piccoli dispositivi come l’eliminazione della recinzione o l’arretramento del corpo di fabbrica per innescare nuove relazioni con il contesto.

È stupefacente come spesso grandi temi possano trovare esplicitazione in piccoli cambi di atteggiamento; lo spazio esterno della palazzina dove siamo, ad esempio, è diventato un luogo semi-pubblico per eventi, mostre e incontri. È un modo per superare l’isolamento tipico di questa tipologia edilizia, creando relazioni con gli edifici circostanti. 

A livello architettonico, abbiamo lavorato sugli spazi interni per renderli più flessibili e inclusivi. Questo stesso ambiente in cui ci troviamo è uno spazio intermedio, pensato per ospitare momenti di socialità, superando la tradizionale organizzazione tipologica e la distinzione tra androne e vano scala. Nel progetto di Riviera 107, il tetto è stato trasformato in un giardino con due piscine offrendo un nuovo modo di abitare il condominio. 

Un altro tema è legato all’aggiornamento dei processi costruttivi: questo edificio è stato realizzato interamente con sistemi a secco: la struttura è un telaio in cemento armato, ma tutto il resto (involucro, pareti, finiture) è assemblato a secco. Attivare questo processo significa iniziare a pensare all'edificio come un organismo assemblato e non cementato. L’architettura è concepita come un meccano, l'edificio è pensato come un oggetto che si monta, un po’ come un’automobile, noi assembliamo (cioè costruiamo), ma possiamo anche disassemblare alla fine del ciclo di vita. L'idea di demolire dovrà sempre più essere vicina all'idea di smontaggio, selezionando le varie parti che potranno essere riciclate o riutilizzate in altri progetti. 

L’intervento in cui ci troviamo, è un edificio a zero emissioni di CO₂, non sono presenti caldaie o piani cottura o altri dispositivi con fiamme libere. Il progetto degli impianti ha eliminato completamente le linee del gas di città, pensate che impatto potrebbe avere una scelta di questo tipo sulla città e nelle sue infrastrutture impiantistiche.

È un approccio che cambia il modo di costruire, ma soprattutto di concepire l’architettura in relazione al territorio e alla sostenibilità.

Anna Rita Emili  _  Secondo te, esistono attualmente delle ricerche architettoniche, non solo in Italia, ma anche a livello globale, in grado di innovare? Con "ricerche", intendo quelle che hanno un pensiero critico teorico forte alle spalle, che diventa la matrice che poi configura il lato progettuale dell'architetto.

Giovanni Vaccarini  _  Il tema di come si orienta la ricerca architettonica è una questione molto complicata. Attualmente ci sono variegate linee di ricerca e il panorama architettonico è molto sfaccettato: non esistono più scuole dominati ma tanti confini labili tra un ambito e l'altro. 

Mi sembrano abbastanza chiari due filoni principali di ricerca: quello legato ai molteplici temi della sostenibilità ambientale da un lato e l’altro che si sta affacciando, ma che sarà presto molto presente, che è quello delle machine learning e l'intelligenza artificiale.

Due macro temi che aprono poi ad una serie di sottotemi e declinazioni possibili.

Quello che credo andrà indagato con maggiore attenzione e ponderatezza è la loro trasfigurazione in architetture. Per questo abbiamo anche bisogno di più tempo. Ricordo bene la tumultuosa evoluzione della nostra disciplina a fine Novecento inizio anni duemila con la rivoluzione digitale.

Ludovico Romagni  _ Rimanendo sugli elementi della palazzina, mi sembra che uno degli aspetti innovativi sia quello della permeabilità. Un aspetto oramai ricorrente in molti dei progettisti più attivi (che abbiamo anche incontrato) è quello di dare spessore alla soglia di separazione tra interno ed esterno. La ricerca di uno spazio intermedio, out door di mediazione. Un limite sempre più poroso. Come se la pertinenza esterna non sia più una caratteristica dei piani al suolo. Mi sembra il tema più rilevante di questo edificio e anche di altri tuoi progetti.

Giovanni Vaccarini _ Questo è un punto fondamentale che connota la palazzina adriatica: il rapporto tra spazi interni e spazi esterni. Stiamo assistendo ad una trasformazione profonda dell’idea di abitare in cui sono messe in discussione le suddivisioni rigide tra le varie area dell’abitazione, retaggio del Movimento Moderno. Oggi nelle nostre case, anche per esigenze funzionali, facciamo tante attività diverse: abbiamo spazi per lavorare, per il benessere, palestra, uno spazio per incontrare persone, oppure un'area per dare ai propri figli la loro autonomia. Uno spazio che si aggiunge a quelli più canonici è quello delle aree aperte, terrazze e balconi, vere e proprie “stanze a cielo aperto”, una dotazione che connota le architetture adriatiche. Una complessità e compresenza che ne informa profondamente la tipologia architettonica. 

In questo edificio (DeAmicis154) abbiamo utilizzato una strategia che, con un po’ di ironia, abbiamo chiamato ‘l'uovo sodo’: c'è un nucleo centrale e intorno una corona circolare di terrazzi che si muovono con un andamento libero rispetto al nucleo; alcuni di essi sono anche molto ampi, quasi della stessa estensione dell’appartamento chiuso, condizione che li rende vere e proprie stanze aperte. Il dimensionamento dei terrazzi è sia in funzione degli spazi interni e sia dalla volontà progettuale di valorizzare i differenti affacci sul paesaggio. 

Nel progetto "Riviera 107” il disegno del prospetto principale è stato mutuato dalla sezione. L’involucro est è stato tagliato ed asportato lasciando a vista la restante parte di edificio con una serie di piani a sbalzo sul mare.

La manipolazione di alcuni componenti architettonici o tipologici è una delle cifre del nostro lavoro. Una sperimentazione che parte fin dalle nostre prime realizzazioni come ad esempio nel progetto ExArenaBraga a Giulianova in cui, oltre alla trasformazione tipologica di un edificio a ballatoio in una sorta di ville affiancate poggiate su un piano commerciale, l’argomento compositivo principale è stato quello della trasformazione plastica dell’involucro in squame affiancate che guardano il mare. Un omaggio a Luigi Moretti.

Anna Rita Emili  _ In maniera molto sintetica, come immagini il futuro dell'architettura?

Giovanni Vaccarini  _ Malgrado la moltitudine di protesi digitali che affiancano le nostre vite immagino sempre un ruolo centrale del progetto e dell’architetto. 

In un momento in cui sembra che tutto si stia dissolvendo in molte direzioni, credo che il nostro ruolo di progettisti sia ancora più importante. 

Parlo spesso con mio figlio, che è ingegnere informatico e lavora in Microsoft come cloud architect. Nel confrontarmi con lui capisco sempre meglio che la progettazione di un algoritmo è molto vicina alla progettazione architettonica. Se immaginiamo l’algoritmo come un dispositivo in grado di trasformare delle informazioni di input in un output noto (penso che possiamo facilmente assimilarlo ad un progetto) un dispositivo in grado di gestire le molteplici informazioni di ingresso in un’architettura (!).

Anna Rita Emili  _ Su questo sono perfettamente d'accordo con te. Riprendendo questa considerazione sul tema dell'aspetto tecnologico, oggi così enfatizzato anche rispetto ai temi architettonici di base, pensi che possa esserci ancora un concetto di interdisciplinarità nel linguaggio architettonico, nella costruzione del pensiero critico?

Giovanni Vaccarini  _ Assolutamente sì. L'architettura, a mio avviso, è una disciplina eteronoma, non riesco a pensarla come disciplina autonoma. Siamo interdisciplinari per definizione. Una disciplina complessa e contraddittoria, concetto che Robert Venturi nel 1966 ha descritto per frammenti. Il progetto contemporaneo è ulteriormente più complesso, richiede l'apporto di discipline e competenze diverse. L’integrazione di discipline e conoscenze è assolutamente fondamentale.

Ludovico Romagni  _ Subito dopo esserci laureati e in chiusura del dottorato, ti osservavo mentre smaniavi di voglia di organizzazione, di voglia di competenze complementari, trasversali, di progetto complesso. Formasti subito una società di ingegneria ‘SINCRETICA’ e poi altre. Come si è evoluta la tua organizzazione? Che cos’è oggi il mercato dell’architettura in Italia? Sono le relazioni? Sono i concorsi?

Giovanni Vaccarini  _ Bella domanda, domanda che mi riporta ai tempi degli esordi. Dopo la mia laurea mi sono subito reso conto che il progetto non poteva essere gestito in solitaria. Come ci ricorda Carlo Aymonino, "il progetto è un fatto collettivo". Ogni individuo porta le proprie capacità e competenze, ma il progetto è sempre il risultato di un lavoro collettivo. Partendo da questa consapevolezza è nata l'esigenza di costruire un gruppo di lavoro che raccolga più competenze e di costruire una piattaforma comune in grado di mettere a sistema i vari contributi.

Sincretica è stata l’evoluzione dello studio professionale, una società organizzata in forma di società di capitali che ha accumulato una serie di certificazioni e requisiti in grado di confrontarsi con l’industria delle costruzioni italiane in continua evoluzione e con quella internazionale.

Sincretica è una società di Architettura (non una società di ingegneria), certificata ISO 9001, che ha l’ambizione di porsi come integratore di competenze e “traduttore” in architettura. Una missione complicata che richiede di volta in volta di lavorare con gruppi di lavoro che includano le competenze necessarie per i vari progetti. Crediamo molto nella partecipazione a concorsi di architettura come strumento di confronto e crescita. Ogni anno partecipiamo a circa dieci concorsi di architettura ed a diverse gare. Se in passato avevo qualche dubbio sull’uso dei concorsi, oggi, soprattutto grazie alla partecipazione su piattaforme dedicate e la diffusione dei concorsi a due fasi, sono più ottimista. I concorsi sono diventati molto efficienti e questo approccio permette di partecipare in modo agevole, evitando di partire con un progetto che richiede troppe energie in direzioni poco chiare. La prima fase, abbastanza snella, serve a mettere a gara l’idea di progetto o poco più, poi, nella seconda fase, si sviluppa il progetto più compiuto, avendo anche a disposizione il budget di concorso per i concorrenti selezionati in seconda fase.

Anna Rita Emili  _ Scusa, parli di concorsi ristretti o a partecipazione aperta? Perché hai parlato di concorsi in due fasi, quindi immagino si tratti di quelli con una partecipazione più ampia.

Giovanni Vaccarini  _ Sì, parlo dei concorsi a partecipazione più ampia. Poi ci sono anche concorsi su invito, ma quelli sono un’altra cosa, di solito sono aziende o sviluppatori che, alla ricerca di interventi di qualità, invitano una rosa di progettisti selezionati.

Anna Rita Emili  _ Sì, quelli sono più complessi perché richiedono una serie di informazioni dettagliate.

Giovanni Vaccarini  _ Quasi tutti i nostri progetti realizzati sono il frutto della vittoria di un concorso di architettura. L’edificio in cui siamo ospiti è una commessa ottenuta a valle della vittoria di un concorso ad inviti organizzato dal promotore dell’operazione di sviluppo immobiliare, società con cui abbiamo lavorato in ‘Riviera 107’

Un altro esempio è l’edificio SPG a Ginevra, anch’esso è il frutto della vittoria di un concorso a invito. 

Ludovico Romagni  _ Caro Giovanni, grazie mille per questa intervista. In bocca al lupo.

Giovanni Vaccarini  _ Grazie a voi.

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